Non sembri riduttivo, ma è pur sempre possibile guardare alla cacciata dal paradiso terrestre narrata nella Genesi, anche come a una delle più grandi storie di dispersione di semi di tutti i tempi. Certo, in questo caso si tratta del punto di vista del biologo della conservazione Thor HansonHanson_semi_Il Saggiatore_Andrea_DI_SALVO_Vìride_Il Manifesto
A raccontare una coevoluzione che vede i semi, tra i principali attori della vita sulla terra emersa, modellarci come specie dopo aver trasformato il pianeta. È al tempo stesso metafora della fuoriuscita oltre i limiti, di un giardino paradisiaco, fin lì sempre uguale a se stesso, tanto degli umani resi responsabili e attivi dall’aspirazione all’altrimenti, che dei semi della mela – o della, botanicamente più verosimile, melagrana – che di quella tentazione fu innesco.
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Abitare il paesaggio passa inevitabilmente per una pratica attiva che senza sosta lo reinventa. Reinterpretando i mille ambiti, le fisionomie irriducibilmente cangianti di quella dimensione esperienziale e immaginativa assieme che stiamo imparando a intendere come “ecosistema in artificio”. Condiviso, in quanto moltitudine transgenerazionale, con la moltitudine dei viventi, e con quella del vivente intessuto da elementi nutritivi, clima, geologie.vinopaesaggio_Vìride_Andrea DI SALVO.jpg
Una scrittura di azioni, che, sulla pelle del pianeta, insegue l’immediatezza di un pensiero che si invera facendo, e che è fatto di osservazione, intuizioni sensoriali, sperimentazioni e rifunzionalizzazioni. Tanto più nel caso di quell’orbicolare processo-prodotto culturale che è la “coltivazione” del vino, quando riesce a raccontare le mille tracce e armonie del paesaggio detto che in sé racchiude.
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La pubblicazione e diffusione scientifica dell’enorme mole di campioni e di dati, specialmente botanici, raccolti nel corso del suo lungo e avventuroso viaggio nei mari del Sud da un giovanissimo ma già affermato naturalista, Joseph Banks, tardava a tradursi in volume ancora molti anni dopo il suo acclamato rientro in Inghilterra, nel 1771. E ciò, malgrado le insistite sollecitazioni nientemeno che dell’inventore del sistema di nomenclatura binomia con il quale da allora si aspirava a mettere ordine nella natura delle cose. Prima che i tarli o il fuoco rischiassero di divorare quegli esemplari unici, Linneo non si stancava di perorare la causa della loro pubblicazione per il tramite del suo migliore allievo, lo svedese Daniel C. Solander, che di Banks era stato compagno in quella mitica impresa. Vìride_Andrea di Salvo_Florilegium_Einaudi_Joseph banks.jpg
Salpati a fine agosto 1768 sul brigantino a palo «Endeavour» al comando del capitano James Cook, dopo tre anni nei quali avevano circumnavigato il globo, scoprendo en passant e cartografando nuovi possedimenti da rivendicare all’impero britannico, erano tornati in patria con un bottino di 30.000 esemplari di semi e piante essiccate, tra le quali 1.400 specie sconosciute nel Vecchio Mondo, destinate, tra l’altro, a ibridare lo stile dei giardini del tempo.
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Per quanto onnipresente e pervasivo, il fitto dispiegarsi di presenze vegetali che costituisce il presupposto e ordisce la trama della nostra vita sulla terra sfugge perlopiù alla nostra percezione consapevole, scivolando come elemento neutro sullo sfondo. Eppure quanto sia insistito e pervicace il reticolo di interazioni, pratiche e simboliche, che alle piante ci lega lo dice il proliferare di molti, spesso dotti, repertori che queste relazioni inseguono in ponderose anamnesi mitografiche o cosmologiche, genealogie, tassonomie, proiezioni letterarie, rispecchiamenti artistici, rilievi morfologici. Ad essi, si aggiunge ora con tocco lieve e ampiezza di spettro di analisi, il volume dedicato ai Giardini del fantastico. Le meraviglie della botanica dal mito alla scienza in letteratura, cinema e fumetto, da Pier Luigi Gaspa, Giulio Giorello (Edizioni ETS, pp. 304, € 38.00) 

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che, spingendosi anche nei campi della cultura popolare, dalla fantascienza all’horror, evidenzia il ruolo protagonista giocato dalle piante, funghi e licheni inclusi, nella circolarità trans mediale di generi, dal romanzo ai cartoni animati, dalle serie tv ai videogiochi. Leggi il seguito

Il segno discreto che il pervasivo operare di Raffaele de Vico come “consulente artistico per i giardini di Roma” imprime sulla fisionomia del verde in città lungo l’ampia prima metà del secolo scorso si dispiega a contrappunto con la vicenda eccezionale del suo sviluppo urbanistico, dove proprio alla questione del verde spetta un ruolo di rilevante comprimario. Da capitale in assestamento dell’Italia giolittiana, poi, con il governatorato e le varianti urbanistiche, sempre più perno del progetto mussoliniano di una Grande Roma interprete di un’italianità perfino imperiale, fino al suo protendersi, oltre la vacanza della guerra, negli esiti delle sistemazioni a verde dell’EUR di parte di quanto immaginato per l’esposizione dell’E42. Raffele de Vico_giardini di roma_Andrea_di_Salvo_vìride_Alias_Il Manifesto
Pur senza troppo indagare sui nessi che legano quell’operare con il contesto culturale – dal quale peraltro l’uomo si tiene perlopiù discosto –, è paradossalmente proprio dalla puntuale analisi documentaria squadernata dalla monografia che ora Ulrike Gawlik dedica a Raffaele de Vico. I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962 (Olschki, pp. 442, € 48.00), che sulla mappa della città in divenire si conferma fitta l’incredibile ampiezza e continuità di quel suo intervento. Leggi il seguito

Come in una sorta di coreografia che sulla pelle del pianeta insegue e anticipa l’idea che la ispira, le pratiche di “cura della terra” che coltivano di preoccupazioni e gesti l’esile cotico del nostro suolo tradiscono e rivendicano l’esigenza profonda di un nuovo modello per la vita a venire – sociale sì e pure esistenziale, estetico –, l’humus che in tanti ambiti matura di un’etica nuova, ecologicamente fatta di consapevoli, paritarie relazioni con il contesto biosociale che ci permea, tanto da farsi nuova condizione culturale, mondopaesaggio.
Curare la terra_Benetton_Vìride_Andrea_di_SalvoIndagano le molte facce e tracce originali di questa attitudine mentale, le molte sue applicazioni nel mutato contesto di dilagante globalizzazione, i contributi, pure diversi nel taglio, raccolti ora nel volume Curare la terra. Luoghi, pratiche, esperienze, a cura di Patrizia Boschiero, Luigi Latini, Simonetta Zanon, euro € 22,00 pp. 225, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga Edizioni.

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La dismisura del personaggio è tutta nel resoconto del profluvio di materiali sbarcati nell’agosto 1805 al ritorno dal suo viaggio di esplorazione e osservazione scientifica durato oltre cinque anni. In una sorta di ingresso trionfale, il trentacinquenne Alexander von Humboldt riportava dal Sud America bauli zeppi di taccuini, schizzi, annotazioni geologiche, zoologiche, meteorologiche, nonché 60.000 esemplari di piante, di 6.000 specie diverse e di cui almeno 2.000 sconosciute in Europa. wulf_copertina_Vìride_Andrea_di_Salvo
Ora, pure nell’ansia di presto ripartire, si trattava di riordinare le idee. Elevando a metodo quella meticolosa tendenza alla misurazione comparativa che sempre, a ogni passo delle sue esplorazioni, lo portava a risalire dal dettaglio al contesto. Ricercando connessioni tra gli elementi, “familiarità”, piuttosto che non singoli dati, campioni, o pur tassonomie. Nell’intuizione di un universo come sistema dinamico, “insieme vivente”, in una catena di interrelazioni dove tutto si tiene, a precisare una nuova, per allora del tutto inedita, anche se oggi per noi patente, interpretazione della natura. Da catturarsi e comprendere con il “pennello largo” che combina (via Blumenbach e Schelling) pensiero razionale e emozione, immaginazione. Leggi il seguito

In un attraversamento tutto irregolare di forme storiche e simboliche, suggestioni poetiche e etiche in atto dove, nell’immaginario occidentale, i giardini “figurano” i bisogni umani più profondi, Robert Pogue Harrison sintetizza mirabilmente la condizione del nostro stare al mondo, proprio esemplandola sui giardini: nell’irresolubile dialettica tra interno e esterno; irricevibile promessa di felicità o impraticabile aspirazione alla sua riconquista; sottrarsi in fuga alla realtà o farsene presidio, occasione di disvelamento, riumanizzazione. Robert Pogue Harrison Giardini. Riflessioni sulla condizione umana_Vìride_Andrea_Di_Salvo

Opportunamente riproposto da Fazi, Giardini. Riflessioni sulla condizione umana (traduzione di Marianna Matullo e Valentina Nicolì, pp. 245, € 20.00) sottolinea come, diversamente da quelli fantastici, ultramondani, assoluti da ogni causalità, temporalità e corporeità, nonché esiliati dal resto del mondo, i giardini reali, e pur letterari, nel loro non potersi esimere – anche in figura di remoto romitorio – dal farci i conti, con il mondo, nascano e esistano in ragione del lavoro dell’uomo, conservandone l’impronta nel segno della cura. E come essi, proprio nell’intrinseco loro tessuto di relazioni da coltivare, meglio evidenzino nella cura – in quell’insopprimibile bisogno di dedicarsi a qualcosa fuori di sé, estensione nel mondo, culturalmente intesa – la vocazione e il tratto dominante della condizione umana che si fa. Leggi il seguito

È un difficile ribaltamento di prospettiva quello cui vorrebbe indurci l’instancabile pedagogia a tutto campo del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, che di recente si è proposto perfino nelle vesti di cantastorie del mondo osservato e vissuto dal punto di vista delle piante sul palcoscenico di un insolito spettacolo di letture, immagini e musica intitolato Botanica. L’universo vegetale tra scienza e musica (con il collettivo musicale dei Deproducers, coprodotto da Aboca), in un tour che ha preso avvio in primavera all’Auditorium di Roma e sta riscuotendo un significativo interesse di pubblico (il prossimo spettacolo, il 22 luglio a Firenze in piazza della Santissima Annunziata, www.labuonapianta.it). Plant Revolution_stefano_Mancuso_Vìride_Andrea_di_Salvo
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Per risalire le ragioni degli ideatori della mostra Jardins, a Parigi alle Gallerie nazionali del Grand Palais fino al 24 luglio, e del perché scelgano di praticare l’ibridazione tra giardino e museo, occorre tenere bene a mente alcune premesse (sviluppate in vari saggi del catalogo a cura della Réunion des musées nationaux, in particolare da Guy Tortosa e Monique Mossier).. Gerhard-Richter_Sommer_TAG Vìride_Andrea_DI_SALVO
Ininterrottamente in divenire, eppure effimeri, restii a lasciar traccia conservabile di sé, come pure irriducibili a un’autorialità singolare, esito come spesso sono di mani e competenze diverse e di una firma congiunta con la natura, i giardini stentano a farsi strada nel sistema delle arti, dei saperi e del loro costituirsi e depositarsi in tassonomie disciplinari, corpora documentari, paradigmi e strumenti analitici. Non appartenendo al mondo degli oggetti finiti, inscritti nel flusso del tempo e nel corpo con cui li abitiamo – attori e spettatori immersi nella simultaneità sensoriale e nelle risonanze che innescano intorno e dentro di noi –, vivono assieme il doppio regime di opera d’arte intrasportabile e luogo dell’opera, dove convergono e sono integrate funzioni diverse, lo statuto del reale del sito e quello della sua rappresentazione.
La sfida è allora quella di un’esposizione impossibile, sulla rappresentazione del giardino come forma d’arte …totale. E ciò a fronte del paradosso di un’attenzione ancora scarsa al tema dell’arte dei giardini, pur nel fiorire negli ultimi decenni di manifestazioni ad essi intitolate, assumendoli a pretesto, perlopiù, di retrospettive o messe a fuoco di momenti chiave della storia della pittura (2016 alla Royal accademy), dove il motivo passepartout convoca un’onnipresente ricchezza di motivi, iconografie, interpretazioni.

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La serie di ‘ritratti’ su tela in lunetta delle ville medicee – e, indissolubilmente, dei loro giardini –, che il granduca Ferdinando I commissiona nel 1599 per decorare la villa di Artimino, si colloca saldamente a cavaliere tra intervento celebrativo e corografica intenzione documentaria.
Ciascuna veduta restituisce a colpo d’occhio, secondo una prospettiva a volo d’uccello ma con credibilità topografica, la fisionomia delle diverse proprietà di famiglia – quelle più rappresentative del prestigio dinastico e della presa sul territorio – e tutte assieme incorniciano la politica ferdinandea di riordinamento e governo di luoghi e attività, dalla disseminazione di monumenti pubblici al sostegno ai santuari mariani riformati, dalle opere di bonifica al sostegno dell’indagine scientifica e delle accademie, dal collezionismo alle arti applicate.
L'immagine dei giardini e delle ville medicee nelle lunette attribuite a Giusto Utens_Vìride_Andrea_Di_SAlvoLa vicenda delle lunette, destinate a decorare la sala maggiore della villa, detta anche La Ferdinanda, e solitamente attribuite al pittore fiammingo Giusto Utens, viene ora indagata nella sua genesi e evoluzione – con le battute d’arresto, le diverse riprese, la dispersione, le perdite, fino alla ricollocazione, dopo il restauro, nell’altra villa medicea, La Petraia (Villa Artimino è ora privata) – da una pubblicazione a cura di Cristina Acidini e Alessandra Griffo che mette l’accento su L’immagine dei giardini e delle ville medicee. Nelle lunette attribuite a Giusto Utens, Edizioni Polistampa pp. 168, € 30.00. Con un ricco apparato di tavole d’insieme e di dettaglio e un regesto documentario con materiali inediti e indicazioni puntuali sugli interventi di restauro. Leggi il seguito

Proprio mentre, con l’arrivo della primavera, una grande mostra, ancora da raccontare, sui giardini nell’arte si apre a Parigi al Grand Palais (Jardins, fino al 24 luglio, catalogo Réunion des musées nationaux), proponendosi fin nell’allestimento come una passeggiata tematica nelle molte implicazioni della presenza del verde ornamentale nella nostra vita, anche in Italia si moltiplicano le occasioni dove l’esperienza estetica del giardino – visitato, gustato, prefigurato ma anche agito, praticato, appreso – si dilata nelle sue interazioni con le forme del gusto della società e del paesaggio culturale che evoca e interpreta, con i linguaggi dell’arte che attiva e dove reciprocamente si riverbera.
Nella formula del Festival, incontri, dibattiti, presentazioni in rassegna e approfondimenti botanici ed editoriali si intersecano con la messa in opera di collezioni di giardini veri e propri. Non certo gli imponenti allestimenti del Chelsea Flower Show di Londra, per quanto effimeri (quest’anno dal 23 al 27 maggio) e da ammirare soltanto dall’esterno, o magari quelli destinati ad esser percorsi e a durare almeno una stagione, come nel caso del Festival international des jardins di Chaumont-sur-Loire, inventato anni or sono da Jean-Paul Pigeat (siamo ormai alla 26 edizione).
Con questa temporalità distesa si confronta ora qui da noi la prima edizione di Radicepura. Festival internazionale dedicato all’architettura del paesaggio appena inaugurato in Sicilia, a Giarre, ai piedi dell’Etna e che fino al 21 ottobre proporrà, oltre a una serie di incontri, lezioni, interventi di artisti, workshop, quattordici giardini realizzati appositamente nel parco botanico della famiglia Faro, dinastia di vivaisti. Leggi il seguito

Naturalista appassionato, autodidatta dalla felice vena narrativa, Richard Mabey prosegue e riepiloga con quest’opera, Il più grande spettacolo del mondo, la sua multiforme, eclettica indagine su quella complessa serie di relazioni che da sempre ci lega con le specie vegetali (traduzione di Massimilano Manganelli, Ponte alle grazie, pp. 378, € 23.00).
Richard Mabey_Botanica e immaginazione_Vìride Andrea Di SalvoConsiderando che le piante rappresentano più del novantanove per cento della biomassa terrestre, dominando la vita sul pianeta e rendendola così possibile anche per noi uomini, che con gli animali siamo meno dell’uno per cento, Mabey puntualmente rileva come troppo spesso invece nella nostra percezione del mondo le piante siano relegate a “vegetare” come inanimati oggetti d’uso, passive decorazioni, nel migliore dei casi, sorta di “arredamento del pianeta”, e come troppo spesso il giardinaggio risulti l’unica loro residuale forma di apprezzamento (e ancora limitata al solo aspetto esteriore), e quasi sublimazione e messa in scena semplificata di quelle relazioni costitutive che come illustra il sottotitolo intrecciano Botanica e immaginazione. Leggi il seguito

C’è un paesaggio fragile, dimenticato, sospeso ai margini delle geografie preminenti. Spesso invisibile, in ombra. Il paesaggio liminare della montagna, quello dei confini delle frontiere, dei borghi sospesi e abbandonati, di un abitare imperfetto. E c’è un pensiero della differenza, che proprio riconsiderando le figure chiave di margine, confine, limite, restituisce il racconto di questa geografia dello scarto e ne evidenza il rilievo, qualificando produttivamente un sentire dei luoghi capace di un uso ecologico della memoria e dove il paesaggio sia occasione di ricomposizione progettuale, di una complicità dinamica tra territori, memoria, identità.
Il paesaggio fragile che, passo a passo ri-nominandolo, Antonella Tarpino ci propone nel suo volume (sottotitolo L’Italia vista dai margini, Einaudi, pp. 200, € 17.50) di tutto ciò evoca le trame, inseguendone orme ed echi su crinali e faglie, dove si increspano relazioni, spazi e memorie.paesaggio fragile Tarpino DI Salvo Andrea Vìride
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Da sempre presenti come un inciampo, una dimenticanza nell’inesorabile (per lo più) proliferare urbano, i prati di città o quelli subito “fuori porta”, spazi comuni spesso vacanti, tornano, se intesi nella loro genesi, per essere occasione di sperimentazione di esperienze e usi condivisi, rinnovati attrattori di immaginari latenti. Spesso situate in zone liminari, o residuali all’interno della città, queste spianate erbose appaiono rivelate nella loro indeterminatezza da una toponomastica che solo a tratti e sovente in sovrapposizione tradisce usi e funzioni volta a volta diverse, di scambio o mercato, militari, ludiche (e quindi politiche), religiose, rituali. Esito sulla lunga durata di circonvoluti processi storici, nel susseguirsi di economie e nuove geografie sociali dove persistono le trame di una significativa dimensione collettiva locale, sono luoghi soggetti a ben determinate temporalità festive o regole (ma pure, per converso, proprio da queste ultime esentati). Luoghi che si costituiscono per tanti versi al negativo, come pause, radure nella selva del costruito – prive però com’è per piazze e parchi, di simbologie e funzioni proprie, chiaramente assegnate e riconoscibili. E ancora slittano e mutano di senso nel più recente, contemporaneo procedere del farsi e disfarsi della risacca di urbanizzazioni fordiste e abbandoni, per cicli e andirivieni di delocalizzazioni e riconfigurazioni variamente urbane e periurbane. E nell’incessante dinamica del loro sfrangiarsi e ricomporsi, risultano perciò vaghi vuoti disponibili, in aspettativa di idee, scenari di opportunità, suscettibili di inediti riadattamenti. Il Museumplein di Amsterdam, la Pelouse de Reuilly a Parigi, i London Fields, il Prado di Madrid, il Prato della Valle a Padova, quello di Bagnoreggio di San Francesco, il Gas Work Park a Seattle, …
Sul tema dei “nuovi prati” si sono appena incentrate, con la consueta, eccentrica tempestività di lettura del farsi soglia di nodi problematici e progettuali, le Giornate internazionali di studio sul paesaggio organizzate dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, con il coordinamento di Luigi Latini e Simonetta Zanon.Goya, La pradera de San Isidro, 1788 Leggi il seguito

A fronte dell’acuirsi dei molteplici problemi di difesa idrogeologica del nostro territorio, l’aumento della dimensione dei boschi in Italia, per abbandono o sostanziale disinteresse economico, è una buona notizia. La normale dinamica evolutiva degli ecosistemi forestali significa protezione naturale del territorio.
Il perché ce lo illustra il Romanzo Forestale del novantaseienne patriarca forestale Fabio Clauser (sottotitolo, Boschi, Foreste e Forestali del mio tempo, Libreria Editrice Fiorentina, pp. 196, € 16.00): una sorta di autobiografia in contrappunto con quella degli alberi cui ha dedicato l’esistenza.

romanzo-forestale_Vìride_Andrea Di SalvoCondotta con lieve ironia, qualche amarezza, un’intima, sempre discreta, partecipazione sentimentale, una lucidità di pensiero temperata nella pratica, la scrittura procede tra memoria e ricostruzione documentaria di snodi e contesti, mai disconnessa dall’analisi di aspetti scientifici e tecnici, anch’essi colti nel loro evolvere.
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Ancora si aggiungono tasselli all’aspirazione di ripercorrere al femminile una storia del giardino capace di restituire la misura e le specificità delle sue protagoniste, creatrici, studiose, progettiste, giardiniere, divulgatrici. Women GardenersDiversi in tal senso i tentativi, specialmente sul 900 quando si afferma lo statuto disciplinare dell’architettura del paesaggio, in particolare in ambito anglosassone, in una prospettiva di storia di genere e ormai anche connettivamente globale. Con ricognizioni affatto diverse nel taglio e respiro, come quelle dello scorso anno, dell’Università di Harvard su Women, Modernity and Lanscape Architecture a cura di Sonja Dümpelmann e John Beardsley, a tutto campo su esperienze dagli USA al Canada, da Brasile, Nuova Zelanda, Sud Africa, ex Unione Sovietica ai paesi europei, o di ben altro tipo di approccio, quello, perseverante fin dal titolo, riservato da Heidi Howcroft alle First Ladies of Gardening (ovviamente, quello inglese).
Pur sempre prime donne sono anche quelle ora convocate a ricomporre una storia sui generis del giardino e della sua progettazione negli ultimi due secoli da Paola Fanucci, nel suo Women Gardeners. Stivali, penne e pennelli di giardiniere appassionate, prefazione di Lucia Tongiorgi Tomasi, Edizioni ETS, pp. 206, € 18.00. Leggi il seguito

Specchio delle diverse culture che volta a volta li hanno generati, i giardini son sempre stati il distillato di un’aspirazione delle società a raccontare il proprio meglio. Diversamente, il gioco di riflessi che Duccio Demetrio ripropone nel suo Di che giardino sei? Conoscersi attraverso un simbolo ne riverbera il mito sul filo del dialogo con la nostra personale interiorità (Mimesis, pp. 178, € 18.00).

di che giardino sei Vìride Andrea Di SalvoNei ricordi d’infanzia, così come nelle successive fasi della vita, i giardini vissuti o sognati, come i miti che li abitano, diventano iniziazione e parte della nostra autobiografia. Leggi il seguito

Sembra oramai diffondersi sempre più ampiamente la consapevolezza del rilievo del paesaggio che abitiamo – e che ad ogni passo produciamo – come fisionomia parlante, proiezione concreta del benessere con-diviso cui tende un qualsivoglia progetto di società che non sia basato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse (naturali e umane). Oltre l’attitudine che tutto vorrebbe preservare, diventa invece chiaro che il modo migliore per render vivo il valore di quei luoghi vissuti che costituiscono il nostro spazio esistenziale sta proprio nel reinterpretarli creativamente. Un paesaggio con-temporaneo, da assumere nelle sue molteplicità, misurandoci propositivamente anche con le sue fisionomie stravolte.
Illustra il processo, leggendolo oltre le lenti del dibattito teorico tra specialisti, il racconto dell’esperienza pluriennale della manifestazione Luoghi di valore, avviata su impulso e a cura della Fondazione Benetton Studi Ricerche nell’ambito della provincia di Treviso e intesa a rilevare dalla voce diretta dei protagonisti quale sia la percezione del “valore” attribuito ai luoghi da parte di uno sguardo ad essi “interno”. Leggi il seguito

È davvero difficile districare il bandolo della matassa che reciprocamente intreccia giardini e pittura provando a risalire uno soltanto dei due fili. E se ci risulta più consueto e variamente praticato il percorso che dal giardino muove verso la pittura – che vede quindi il giardino come tema iconografico, testimone per quel tramite del suo conformarsi nello spazio, del suo ospitare e attivare pratiche sociali, del suo proiettarsi così raffigurato nell’immaginario che innesca – pure esso sempre inestricabilmente si intreccia con l’indirizzo inverso. 

De la peinture au jardin Broché, Brunon Hervée, Ribouillault Denis

Quello teso a inseguire i modi molteplici in cui la pittura si può far modello per il giardino e le ripercussioni che da essa si riverberano su i giardini. Leggi il seguito

Dopo la pubblicazione del testo dedicato ai Giardini di Svezia, e poi di quello specialmente intitolato ai giardini reali, per intenderci quelli dei sovrani, Sonia Santella ripercorre ora il popolare fenomeno degli orti urbani che si afferma anche in Svezia con l’inizio del secolo scorso per poi svolgersi in fasi diverse fino alle sue forme contemporanee. Volta a volta, declinandosi come opportunità di integrazione alimentare; veicolo alternativo di accesso alla natura per chi altrimenti ne è escluso; innesco di dialettiche comunitarie con i risvolti pedagogici e i benefici effetti sociali dell’impegno in attività manuali a contatto diretto con la natura; occasione per sviluppare conoscenze nelle pratiche di coltivazione, con connesso incremento di consapevolezza civile, ecologica ed estetica. Insomma, Bellezza per tutti. Giardini e orti urbani in Svezia, Edizioni Polistampa, pp. 96, € 18.00.
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La più recente e avveduta riflessione critica su forme e sviluppi che la “civiltà delle ville venete” assunse tra fine 400 e 700 dilata ora il proprio sguardo fino a includere la trama delle relazioni che le emergenze architettoniche di primo piano intrecciarono con quegli elementi del territorio generalmente considerati minori, le componenti viarie, idrauliche, i segni delle connotazioni naturali, le tessiture dei campi agricoli…
Paesaggi di villa. Architettura e giardini nel VenetoAssieme alla varietà di modi in cui questi complessi di villa hanno interagito con la forma dei luoghi di terraferma, adattandosi ad essi, ma anche, a loro volta, profondamente condizionandone le trasformazioni, emerge allora, complessivamente, il loro ruolo strutturante. Che su scala più ampia, territoriale, risulta esito di sintesi di una progettualità – senz’altro anche pianificata dalla Serenissima – ma poi, in una sorta di reciproca “osmosi” con i luoghi, espressione e interprete di una civiltà corale, nei suoi molteplici intrecci, produttivi, culturali, ideologici. Da assumere quindi come un sistema di Paesaggi di villa, come recita il titolo dell’importante volume curato per l’Istituto regionale per le ville venete-Marsilio editore da Giuseppe Rallo, Mariapia Cunico, Margherita Azzi Visentini. Con per sottotitolo Architettura e giardini nel Veneto, un vasto corredo iconografico, specialmente ricco della documentazione cartografica coeva e delle davvero perspicaci fotografie aeree di Stefano Maruzzo, nonché con un’attenzione che, superata ormai una concezione estetica del paesaggio che ritaglia e privilegia eccellenze, intende propositivamente coniugare conservazione e nuovo progetto, tema cui sono dedicati gli interventi conclusivi del volume (€ 70,00, pp. 304).
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Nella storia degli ultimi due secoli risulta centrale il ruolo svolto dai movimenti ambientalisti nel complesso e tormentato processo di presa di consapevolezza dell’interconnessione serrata tra i sistemi sociali che ci diamo per abitare il pianeta e le diverse forme di considerazione che riserviamo agli ambienti naturali, nonché di utilizzo, tra sfruttamento e preoccupazioni di conservazione, che facciamo delle sue risorse.
Ramachandra Guha Ambientalismi. Una storia globale dei movimenti,Se l’innesco catalizzatore del moderno ambientalismo, nella sua dimensione di fenomeno sociale dalle vaste ripercussioni, viene fatto coincidere con la pubblicazione a inizio anni 60 del volume Silent Spring di Rachel Carson, presto best seller da milioni di copie tradotto in venti lingue, con corollario di richiamo all’azione, ben prima di allora affondano le radici di culture e sensibilità che lì convergono e che poi variamente si declineranno su scala globale. Leggi il seguito

Oltre il disegno ad arazzo ben congegnato dei giardini storici o il punto ornato dei tanti inarrivabili allestimenti in forma di giardino troppo spesso proposti come modello esclusivo, esiste un prezioso tessuto diffuso di normali esempi e storie di “giardinaggio reale”. Un tessuto di esperienze e relazioni che anche in Italia ricalca sul territorio il dispiegarsi sulla rete internet di un’esigenza di condivisione di conoscenze che pervade tanti blog individuali o di associazioni, siti e forum dove con ironia e competente serietà ci si propone, si è accolti e guidati (tra tutti lo storico Compagnia del giardinaggio).
Un circuito vissuto che si proietta multidimensionalmente in amicizie virtuali e di vicinato, scambi di mail, semi e visite, prestiti di libri di settore, che parla e pratica di giardini alla portata di tutti, senza grandi investimenti, se non di tempo, passione e disponibilità a apprendere, sperimentare.
Il giardino svelato, Giardinieri esperti e appassionatiChe annovera giardini eterogenei e tuttavia, da diversi punti di vista, rimarchevoli: etichetta che ad esempio in Francia jardin remarquable è concessa, previa periodica verifica, a giardini contemporanei anche privati, anche piccoli, purché rispettino criteri di composizione, integrazione nel contesto paesaggistico, interesse botanico, siano ben tenuti e in alcune occasioni aperti al pubblico; quegli stessi Good Gardens per lo più d’oltremanica raccolti dall’eponima Guida arancio che ha superato ormai le 600 pagine. Leggi il seguito

L’intenzione politica distingue, dichiaratamente, questo “ennesimo” testo di riflessione critica sul paesaggio, nella “presunzione – come recita Roberto Masiero – che questa fatica attorno alla parola paesaggio possa comporre una trama concettuale per aiutare le scelte di ognuno … nient’altro che un invito a progettare paesaggi futuri …politicamente”.
Con questa premessa muove l’autore di Paesaggio Paesaggi. Vedere le cose (a cura di Marco Assennato, Libria, pp. 275, € 18.00, con due testi contrappunto di Assennato e Anna Longo). Ed effettivamente la trama dei concetti in gioco è fitta, proposta in un percorso indisciplinato, intesa a risalire in anamnesi una personale genealogia di letture sul tema, enucleandone i momenti fondativi nel pensiero filosofico, scientifico, giuridico e antropologico, etico ed estetico. Ripensando confini, integrando scenari, ridisponendo testimoni e episodi testuali, figurativi, snodi concettuali. Smascherando l’irriproducibile riduzione del paesaggio alla sola dimensione estetica (o scientifica), deposito volta a volta di valenze memoriali o identitarie, nostalgiche di una natura idealizzata o contemplative di ipostasi in cartolina.
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Disposte sull’asse del ritornar delle stagioni, le note dal giardino messe in pagina in questo suo nuovo libro da Paolo Perone tra i decani della nostra architettura del giardino tradiscono, a sfogliarle in sequenza, come in una moviola accelerata, il riverbero di una profonda intimità con il linguaggio ispirato della natura, tradotto nella composta creatività di un distillato gusto giardiniero che quel linguaggio sa interpretare facendo i conti con tempi, luoghi e culture dove si dispiega.
Un giardino semplice, paolo pejrone einaudiQuelle di Un giardino semplice (Einaudi, pp. 193, € 16.00) sono considerazioni e esperienze trasmesse in elzeviro di quanto lì avviene dalla primavera all’inverno successivo, a segnare, temporalmente e per disposizioni di spazi, soglie e trait d’union, affermarsi e trascolorare di presenze e coreografie, vegetali e non. Un farsi almanacco di informazioni pratiche, suggestioni sul carattere e l’utilizzo delle piante in relazione alle loro esigenze (spiegandone provenienze e, per quelle via via esotiche, la vicenda storica dell’introduzione nei nostri giardini), illustrando le mode che le han traversate (il giardinaggio delle “seconde case” o il merito degli inglesi a mostrarci il valore giardiniero di presenze da noi fin lì consuete solo al di fuori, come cisti, lavande e rosmarini), i singolari “caratteri” delle piante e le simpatie che le vedono tra loro sociali.

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Tornare al giardino è l’esito condensato in un essenziale trattatello tascabile delle riflessioni che da tempo Marco Martella svolge sul giardino come luogo di ricongiungimento, occasione e tramite di ricomposizione con una natura non ancora del tutto desacralizzata, dove ritrovare in un sentire primigenio che è fondamentalmente poetico un’appartenenza, il nostro stupore di fanciulli, il turbamento di innamorati (Ponte alle Grazie pp. 62, € 9.00). In questo suo disporsi sul terreno poietico s’avverte il procedere creativo del pensiero che, come in una sorta di mandala, ci avvolge per ricorsivi cerchi concentrici.   Tornare al giardino Marco MartellaCome già  nelle sue altre esplorazioni: dalla fucina della rivista Jardins con titoli monografici come genius loci, re-incanto, tempo, ombra, cura, soglia , all’invenzione, nel ben congegnato meccanismo narrativo del “volumetto ritrovato”, di quel Giardino perduto circolato clandestinamente in poche migliaia di copie dal 1912, così ricco di inattuali, anticipatrici considerazioni e però inesistente come l’autore, Jorn de Précy , per proseguire poi nel viaggio iniziatico per Giardini in tempo di guerra narrato da un altro eteronimo autore della rivista cui Martella presta la voce, il poeta e critico bosniaco Teodor Cerić (sempre per Ponte alle Grazie). Leggi il seguito

Sono state spesso e variamente indagate le molteplici relazioni che nel mondo dell’arte, dalla letteratura, alla pittura, al cinema, vedono il giardino come perno di un gioco di mutue rifrazioni, ora fonte di ispirazione – diretta o indiretta –, ora momento di proiezione dell’immaginario, con ruolo di protagonista, componente scenica, occasione narrativa, sintesi simbolica. Si tratta adesso della funzione dei giardini nella letteratura francese o, come precisa Évelyne Bloch-Dano, autrice di Giardini di carta, di una personale storia letteraria dei giardini nei romanzi di importanti autori francesi che, nel perimetro del sottotitolo, va Da Rousseau a Modiano, passando per Proust, Gide, Colette, Duras … (Add editore, trad. Sara Prencipe, pp. 222, € 16.00).Giardini di carta_Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

A conferma del ruolo che spesso si attribuisce alla rosa, di rappresentare e replicare in metafora la varietà di bellezze e asperità che del mondo sperimentiamo, l’elenco in exergo di ognuna delle sezioni in cui si articola la collezione di Rose perdute e ritrovate illustrata da Carlo Pagani e Mimma Pallavicini per le Edizioni Pendragon (pp. 215, € 15.00) suona come l’appello degli allievi di una variopinta classe multietnica.
Si va dalla pimpinellifolia Persian Yellow, selvatica a fiore stradoppio, con le grandi spine nerastre, alla gallica versicolor, variegata con fiori di diversi colori mescolati, cremisi, bianchi … e dalle deliziose bacche aranciate in autunno; dalla muscosa Japonica dove il profumo che emana dalla fitta peluria, i tomenti lungo i fusti, precede addirittura la fioritura, alla chinensis Mutabilis con fiori semplici color giallo miele tendente all’arancio che, per definizione, col passare dei giorni virano al rosa e quindi al rosso cremisi; alla rugosa Blanc Double de Coubert dal delicato persistente profumo anche notturno…Rose perdute_Vìride Andrea DI Salvo
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Una lettura sul lungo periodo come quella imposta dalla scansione stessa di Medioevo è un esercizio quanto mai utile a cogliere i caratteri originali e gli snodi del filo rosso tra passato e presente che si rivela per molti tratti ancora ben leggibile in quella pluralità de I paesaggi dell’Italia medievale raccontati oggi dallo storico Riccardo Rao in una sintesi che mancava. Dove convergono studi settoriali e diversi approcci disciplinari, dall’Ecologia storica alla Nuova geografia culturale, all’indagine archeologica, contemperando suggestioni e metodologie e attualizzando gli esiti interpretativi del più recente dibattito storiografico (Carocci editore, pp. 274, € 22). I paesaggi dell'Italia medievale  di Riccardo RaoE dove poi come chiave di lettura sottesa all’analisi dei paesaggi della penisola se ne identifica – certo con le differenti modalità che ne caratterizzano gli sviluppi al Centro Nord e nel Sud – la matrice “collettiva”, agita specialmente su base “locale”. Da collocarsi sotto il segno di un incessante dinamismo e di una fluidità che continuamente riconfigurano ruoli, contorni e fasi della dialettica tra modelli insediativi, con la forte compenetrazione di spazi coltivati e costruiti; dinamiche di utilizzo delle risorse; protagonismi dei soggetti sociali, urbani e rurali, nel loro declinarsi sia in termini di rapporti di forza, che di ragioni e rappresentazioni mentali.
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Luogo fisico e metaforico quant’altri mai capace di calamitare aspirazioni e timori fino a ospitare intere cosmogonie, il bosco si declina in mille gradazioni di forme e significati tesi tra gli estremi che alternativamente lo vogliono sacralizzato o rassicurante, domesticato o temibile, tramato dall’incertezza dell’ombra eppure teatro di improvvise lucenti epifanie, scenario liminare di una quotidiana condivisione di risorse per tante comunità di villaggio e innesco di utopie, ricovero e protezione, funzione narrativa della ricerca, della quête.
A conferma dell’attualità feconda di un tale tema di ricerca, l’edizione di quest’anno delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio promosse dalla Fondazione Benetton si intitola Sul ritorno del bosco.Sul-ritorno-del-bosco_Bentton_Vìride Andrea_Di_Salvo Leggi il seguito

È “sull’orlo del baratro” di un neocapitalismo globalizzato di stampo finanziario fondato sull’ideologia della crescita illimitata, dove latita ormai ogni automatismo riequilibratore del mercato e gli intrecci di interessi tra grande finanza e politica rendono irrilevante la rappresentanza politica, i cittadini sono ridotti a clienti e merci diventano perfino servizi pubblici e beni comuni, che si profila il ruolo sempre maggiore di contraltare assunto dalla coscienza identitaria dei luoghi come momento di coagulo, di corale consapevolezza del loro valore patrimoniale e come condizione per il diffondersi di forme alternative di produzione e autogoverno.Beccattini La coscenza dei luoghi Donzelli Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Concepita nella Firenze degli anni Venti del Novecento da uno dei principali protagonisti della cultura orticola del tempo, ma rimasta inedita e a lungo introvabile, manoscritta e fin qui ritenuta perduta per quanto ne affiorassero le tracce anche nelle parole di Pietro Porcinai, l’imponente opera di Angiolo Pucci su I giardini di Firenze si avvia ora a vedere la luce dopo una fortunosa indagine di recupero per i tipi della casa editrice Olschki nella preziosa collana Giardini e paesaggio e la cura filologica e interpretativa del provato duo Mario Bencivenni e Massimo de Vico Fallani.
Prima di entrare però nello specifico dei suoi giardini fiorentini, Angiolo Pucci intitola il primo volume dei sei che aveva previsti a I giardini dell’Occidente dall’antichità a oggi. Un quadro generale di riferimento (vol. I, pp. 404, € 38,00). In quello che risulta il tentativo di inquadramento e ricomposizione di una Storia generale dei giardini forse di maggior respiro operato allora in un’Italia dove scarseggiano ricognizioni dedicate e analisi documentarie condotte secondo un approccio storico-filologico e stentano ancora a diffondersi le proposte interpretative della trattatistica d’oltralpe, da Edouard André a Loudon, da Alphand a Jäger.Giardini di Firenze_ Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Se altrove è una Piccola mitologia delle piante quella che Holger Lundt propone nel suo volume Nel giardino delle Ninfe, ripercorrendo il fitto intreccio tra fiori, alberi e divinità classiche, ora, con Le rose di Cleopatra (Apeiron editore, pp. 158, € 9.90) scende tra gli uomini per raccontarci dell’infatuazione di alcuni di essi per le rispettive predilette compagnie vegetali. Qui, in diverso assortimento tra epoche distanti e contesti storici, Alessandro Magno, Cleopatra, il “rex literatissimus” Giuba II, il fondatore del regno Franco Clodoveo I, Isabella di Castiglia, il dispotico Hidetada Tokugawa shogun giapponese a cavallo del ‘600 e Napoleone Bonaparte vengono presentati in una serie di cammei che raccontano aspetti spesso meno noti della loro vicenda di personaggi illustri.Le rose di Cleopatra_Vìride Andrea Di Salvo
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Che la comparsa dei fiori sulla Terra ben prima di noi, nel Cretacico, costituisca uno snodo imprescindibile nello sviluppo biologicamente determinato del pianeta così come oggi lo conosciamo e che il loro perdurante incalzarci risulti spesso un grimaldello per intendere letture e interpretazioni del nostro mondo, bene si evince dalla pervasiva onnipresenza delle tracce floreali che si ritrovano in varie fasi storiche, in ambiti, contesti e latitudini culturali le più disparate.La ragione dei fiori_Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Per quanto, come testimonia il rovello del Palomar di Calvino alle prese con il suo prato infinito, di esso non sia data conoscenza, men che mai sistematica, né certo sia praticabile la via di una filologica ricomposizione del miscuglio dei prati di erba e fiori selvatici che ci meravigliano in natura, pure dallo studio delle associazioni botaniche delle praterie nel trascorrere delle stagioni possono ben venire variopinte suggestioni e informazioni puntuali per nuovi modelli compositivi anche in giardino.Tomat, Nativa-dei-prati_Vìride Andrea Di Salvo
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Con quella cornucopia di fiori sbalzati in rilievo sulla copertina rilegata in tela salmone, le sue 490 pagine che impressionano per la mole del formato e l’ambizione del dar conto planetario, nessun continente escluso, dello stato dell’arte della storia del giardino, questo volume si propone plasticamente come l’esito di lungo periodo e di multiformi sfaccettature di un’impegnativa operazione editoriale per un vasto pubblico internazionale.il-giardino-del-giardiniere_Vìride_andrea_di_Salvo Leggi il seguito

Quale filo riconnette l’ambito pasticciero del gâteau magique con  l’animismo del giardino cosmologico di Quai Branly del teorico del paesaggio Terzo, Gilles Clément? Cosa collega i biscotti di pan di zenzero con i trasparenti Giardini di vetro, composizioni con funzione centrotavola realizzati in tutti i dettagli dagli artigiani di Murano per i banchetti della Serenissima e di nuovo poi in ambito  art déco? E come si finisce, partendo dai paesaggi tunisini degli acquarelli di Paul Klee, e dalle sue scacchiere di colore, via costruttivismo sovietico, passando per la spirale della Torre di Tatlin per la Terza Internazionale, per arrivare ad una multipiano torta Madeira? Leggi il seguito

È con il passo lento dell’inverno, stagione del riposo che anche in giardino invita ad accogliere i segnali della natura con un’attenzione più meditata, che si avvia il manuale-memoriale, zibaldone di esperienze e sperimentazioni, considerazioni e consigli del giardiniere Maurizio Zarpellon, specializzato in erbacee perenni che osserva, accudisce, allestisce e sceneggia a partire dal suo vivaio nel fondo di una valle delle Alpi Marittimenaturalmente-in-giardino_Zarpellon_Vìride_andrea_di_Salvo. Leggi il seguito

Di già in altra occasione Andrew Hornung, germanista anglosassone acclimatato per passione allo studio della cultura orticola italiana, aveva rimarcato come da noi l’approccio al giardinaggio sia prevalentemente minerale, architettonico piuttosto e poco botanico; e come tuttavia nella prima metà dell’Ottocento una serie di circostanze abbiano determinato qui un primato di cultura orticola e sperimentazione scientifica, verificatosi proprio sul terreno d’elezione dei suoi interessi di studio, che è l’ibridazione delle rose italiane. Ora Hornung dedica a questo tema assai poco indagato un volume che distilla il frutto delle sue lunghe, puntuali ricerche Le rose italiane. Una storia di passione e bellezza dall’Ottocento a oggi (Pendragon, pp. 252, € 22,00), a partire da una vera e propria prima ricomposizione sistematica di un corpus documentario disperso e frastagliato: cataloghi e manuali, registri e annotazioni degli ibridatori, genealogia di istituti, riviste, concorsi, mostre, recensioni e premi. Leggi il seguito

Una qualsivoglia ricognizione tra i giardini delle ville venete sconta inevitabilmente l’aleatorietà di una definizione dove molteplici e variegati episodi finiscono per convergere sulla base di una comunanza fondata certo, piuttosto che su un’appartenenza territoriale, su un apparentamento storiografico-culturale – il riferirsi con un termine ombrello a una tipologia fattasi fin modello. E che spesso, con il trascorrere dei secoli, a partire da quel modello, incorpora stratificazioni di interventi, variazioni e ritorni del gusto.
Tra i numerosi giardini sparsi tra Verona, Padova, l’alto Vicentino, la Marca trevigiana e la Riviera del Brenta – formali, seicenteschi, quelli di “casa di villa”, esito dello studio dell’antico in architettura, le rivisitazioni neoclassiche, quelli ospiti di singolari presenze lapidee e collezioni botaniche, le varianti di ritorno del parco all’inglese – Camilla Zanarotti ne sceglie 26 nel suo I giardini delle ville venete (Silvana Editoriale, pp.192, € 35), presentandoli in schede essenziali dove per ciascuno tratteggia l’origine e la vicenda dell’insediamento, le committenze, gli interventi di progettisti e realizzatori e, ripercorrendone la stratigrafia spesso fino ai recenti restauri, ne enuclea volta a volta le specificità e gli elementi salienti dal punto di vista compositivo, degli arredi, botanico.I giardini delle ville venete_Vìride Andrea Di Salvo

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• Niente affatto eccentrico rispetto alla personalità poliedrica e alla vicenda umana e intellettuale del futuro insigne studioso di diritto e padre costituente Piero Calamandrei, l’erbario di oltre 220 piante che questi appronta negli anni giovanili del ginnasio testimonia l’innesco di quell’inesausto dialogo che caratterizzerà tanta parte del suo sentire. Dialogo con il mondo vegetale che in molte, disparate occasioni si rifletterà nei suoi scritti in suggestioni e metafore naturalistiche, interlocuzione che muove sempre in relazione stretta con la fisionomia amica di luoghi dove, “specialmente in Toscana, ogni borgo, ogni svolto di strada, ogni collina ha un volto, come quello di una persona viva”, dialogo che perdura mentre si interroga, fin poi nell’impegno politico, sui crucci – e la cordialità – di quegli uomini semplici che salutano per primi, sempre teso alla ricerca di una dimensione culturale, etica, del diritto.
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Un avvio fulminante, dove come in presa diretta si racconta la tempesta che al volgere del millennio – il 26 dicembre 1999 –, oltre a segnare buona parte della fisionomia arborea della Francia centrale, sfigura il parco della reggia di Versailles. Vento oltre i 160 km orari, per ore, rumore assordante e poi il silenzio irreale, cozzare di tronchi e colline di terra sollevate in aria al venir via delle radici e al loro posto profondi crateri. Più di 18.000 alberi distrutti o divelti, la conta dei patriarchi sradicati e di quelli sopravvissuti, i viali di fronte alla reggia scompaginati. Intorno, le strade interrotte, gli animali fuggiti. Impossibile riconoscere il disegno di quello che siamo abituati a considerare come un modello di ordine e armonia, geometrica proporzione e simmetria. Anche per chi in quel parco vive e lavora da oltre vent’anni, oramai come capo giardiniere, e di fronte alle perdite irrecuperabili, alla prospettiva di un giardino impraticabile per chissà quanto tempo, alla difficoltà di reperire le risorse per avviare il restauro, all’arrivo degli elicotteri dell’esercito in soccorso, prima di riprendere in mano organizzativamente la situazione, vince la sua abituale timidezza e, oltre la sua indole riservata e le lacrime, racconta con passione i danni della tormenta davanti ai media accorsi a constatare il disastro, innescando così una solidale reazione collettiva con conseguenti donazioni e sostegni al ripristinoGiardiniere di Versailles_Vìride Andrea Di Salvo. Leggi il seguito

Ritorna il tema del giardino come rifugio, come straordinaria opportunità di resistere all’incalzare disumanizzante del fragore che si proclama modernità. Giardino come pacificante, residuale occasione di ri-centrarsi sull’essenziale, sul senso di appartenenza a quanto con noi abita la terra. Ma questa volta non è un solo giardino, a suo modo paradigmatico, come nel caso del Greystone immaginato ne Il giardino perduto di Jorn de Précy–alias Marco Martella, fondatore in Francia di Jardins, rivista di filosofia e poetica del giardino. Leggi il seguito

È il tempo lento, meditato, quello dell’integrarsi felice della natura con l’idea di un posto, col progetto che ardisce plasmarlo, che fa del pur “recente” Giardino del Negombo a Ischia, contemporaneamente, una sorprendente restituzione di paesaggi costruiti dal lavoro dell’uomo, con essenze mediterranee recuperate dove con estro si innestano ora esotiche rarità botaniche; un parco idrotermale famoso per le molteplici esperienze sensoriali delle sue piscine; uno scenario per opere di artisti contemporanei, da Arnaldo Pomodoro a Laura Panno; un bosco con radure come nei sogni d’infanzia dell’artefice che del giardino maggiormente ha segnato l’impronta attuale, il paesaggista Ermanno Casasco.
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Eccezion fatta per chi davvero la pratica per professione, la nobile attività del giardiniere – all’incrocio di così diverse e molteplici competenze settoriali eppure al contempo sintesi di intuito e sensibilità affinate nell’esperienza – è per tutti gli altri piuttosto una disposizione d’animo in atto, trasversale alle più diverse latitudini, età anagrafiche, appartenenze di genere, alle esperienze culturali e esistenziali di chi tale disposizione  indossa e ospita come una seconda natura.
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Oltre il giardino della memoria delle estati d’infanzia trascorse a Saint Ives in Cornovaglia, ce n’è uno, compagno di vita, che dal 1919 si evolve e scandisce in parallelo pressoché tutte le tappe della vicenda umana e della biografia letteraria di Virginia Woolf. È il giardino di Monk’s House, a Rodmell, nel Sussex, acquistata all’asta con il marito Leonard come rifugio per i fine settimana della coppia in fuga dagli impegni londinesi di Bloomsbury, rifugio e prolungamento delle molte attività e impegni, delle scritture giornalistiche e letterarie, dell’impresa editoriale della Hogarth Press…Il giardino di Virginia Woolf_ Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Enormi discariche di prodotti tossici e miniere a cielo aperto esaurite, interi siti minerari, acciaierie, aeroporti e reti ferroviarie abbandonate, stazioni di smistamento, fonderie, stabilimenti di produzione di gas in rovina, infrastrutture dismesse o incompiute, gallerie, siti industriali ma anche aree agricole sfinite, ex cave,  saline, carceri, complessi portuali in disuso … Sono, sulla pelle del pianeta, le tracce di priorità e obiettivi viepiù sconfessati di un modello di sviluppo superato – o quantomeno ripensato, alla luce di nuove consapevolezze ecologiche e di convenienze, spesso soprattutto economiche, magari traslato altrove, sull’altra faccia del globo rispetto a quella presentabile del consesso dei paesi avanzati. Sono altresì, quantomeno negli esempi proposti in questo Atlante dei paesaggi riciclati a cura di Michela De Poli e Guido Incerti, Skira, pp. 267, € 33, occasioni còlte di riscrittura oltre le cancellature, testimonianze di una possibilità di ripensamento e reinvenzione del senso di luoghi costretti in una logica unilaterale di utilizzo o sfruttamento.Atlante dei paesaggi riciclati_ Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Spesso, a riscuoterci dall’automatismo del nostro nevrotico percorrere la città e a farci attenti a quanto di invisibile o non visto occhieggia oltre cancelli, balaustre, chiostri, terrazze, in un ristare a sera di effluvi o sbuffi di verzura, è soltanto l’attraversamento di un incongruo, insistito sentore di arancio amaro, di un’aura di fragranze di gelsomino in fuga dal vicino ridotto di un giardino murato, protetto alla vista, oppure il rilucere da uno spigolo di palazzo dello srotolarsi su al cielo, a cercar luce, dei grappoli del glicine fiorito d’un tratto sui suoi legni contorti, fattisi architetture, parte ormai indistinta di cancellate e facciate.

Adagio per giardini


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Non sarà certo un caso se nel suo incedere creativo, il settantenne olandese Piet Oudolf, uno dei maggiori artefici di giardini in attività, incrocia ora da presso il mondo dell’arte con un doppio coinvolgimento nella neo avviata galleria d’arte contemporanea Hauser & Wirth, a Bruton, nel Somerset, in un’antica fattoria ristrutturata a 180 km da Londra. Qui, in un contesto eccentrico, mentre si è da poco conclusa la mostra Open Field che, srotolando sulle pareti i suoi disegni preparatori, testimonia il dispiegarsi negli anni della sua visione artistica e del lavoro compositivo, di orchestrazione e controllo di livelli, tonalità, velature che prelude all’impianto di alcune delle sue opere più importanti e significative –, oltre le finestre della galleria, prende forma il nuovo giardino del sito espositivo, “come un’opera d’arte, da percorrere e vivere in tutte le stagioni”. Leggi il seguito

Eleggere un solo metro quadrato di foresta come perimetro di uno spazio essenziale, consesso privilegiato da frequentare assiduamente, luogo da tornare a visitare più volte a settimana per un anno intero, per registrare minuziosamente quanto vi accade con il trascorrere dei mesi, non è qui soltanto un accorto escamotage narrativo se diventa tramite, dispositivo d’accesso per cogliere l’insieme e la complessità delle trame della vita dei boschi.Haskell La foresta nascosta_Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Sorta di brevi apologhi del valore d’innesco che l’amore per le piante assume nella vita di alcuni, questi dodici disparati ritratti colgono la vicenda dei loro protagonisti inquadrandola sotto il taglio di luce di una predilezione condivisa. Una passione botanica che, di là dalle epoche e dai contesti, contagia e accomuna in ordine sparso ingegni di prima grandezza diversi e distanti come Rousseau, Goethe, Leonardo, Malpighi, Mendel, Darwin ovviamente, ma anche figure come George Washintgon Carver, nato schiavo e primo nero americano a laurearsi in agraria negli Stati Uniti del 1894, infaticabile studioso e poi divulgatore di innovativi metodi colturali e inediti utilizzi alimentari, o Nikolaj Vavilov, tra i padri della genetica vegetale, alla ricerca del super-grano per un’Unione Sovietica che scivola nella fame tra Lenin e Stalin.Mancuso Uomini che amano le piante giunti per_Vìride_Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Seminascosta tra aletta e risguardo di copertina, una mappa piegata in quattro ci aiuta a orientarci tra le pagine del nuovo testo di Tiziano Fratus, di mestiere “alberografo”. È un disegno della penisola con schizzata su, con un tratto amichevole, da sussidiario, la dislocazione dei suoi principali grandi alberi. Perché L’Italia è un bosco come recita in iperbole il titolo del volume (sottotitolo, Storie di grandi alberi con radici e qualche fronda, Laterza, pp. 193, € 16.00). Figurando con quest’immagine l’auspicio di una diffusa presa di consapevolezza del valore monumentale dei suoi patriarchi vegetaliFratus_L'Italia è un bosco_ Vìride_Andrea_Di_Salvo.
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Per Nutrire il pianeta, come con enfasi recita il titolo della prossima, di qui a poco, Esposizione universale a Milano – titolo come un logo mutante spalmato fin d’ora su mille le più disparate iniziative –, per Nutrire il pianeta, si diceva, occorre conoscerlo e rispettarlo. Nel molteplice affollamento dei suoi abitanti e nella complessa dialettica delle relazioni che lo avvolgono e lo costituiscono; alla scala più diversa, fin dai microrganismi dei primi, pochi centimetri del suo suolo; quello che calpestiamo e che, appunto, ci nutre. Ma ancora, occorre poi considerare che questo “suo” terreno ha una vita propria, una autosufficienza, una autofertilità con cui continuamente interferiamo. In tanti modi ma, paradossalmente, prima di tutto proprio con l’attività principe che ci consente di nutrirci: l’agricoltura. O almeno, con una predominante forma di agricoltura convenzionale: quella “intesa a produrre reddito più che cibo” e che, per interessi di mercato, ma anche talvolta per inerzia di pratiche e comportamenti mai rimessi in questione, procede pervicacemente nel senso dello sfruttamento delle risorse naturali, incurante dei segnali di impoverimento dei suoli. Leggi il seguito

Sommatoria ricombinante volta a volta di cunicoli, cortili, anticamere, gallerie, stanze, corridoi, … i labirinti, edifici reali o immaginari, e perciò anche intrico di grafici, lettere, citazioni, miniature, visceri, foreste, deserti, teorie di stanze di verzura, … variamente immedesimano nelle diverse epoche e culture la pressione e il travaglio dello stare al mondo percorrendo le volute e gli snodi, le esitazioni e i dilemmi, il turbamento e la sfida di ogni bivio della nostra esistenza. Catalizzatori e riflesso, quando non fonte e amplificatori, del timore del perdersi, dell’ingaggio dell’orientarsi a una meta che ci sfugge, intercalano e pure compenetrano, oscillando nei diversi contesti, l’aspirazione ad un’universale cosmogonia e l’utopica riscrittura in simultanea di un’autobiografia per ciascuno.Labirinti Rizzoli_Vìride Andrea Di Salvo
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Con l’andamento e le movenze di un’irrequieta, interminata ricerca – esistenziale e intellettuale a un tempo, una vera e propria quête, dall’erranza al superamento di ostacoli, consuetudini, regole, leggi –, si dispiega il racconto della vicenda della costruzione con le proprie mani della sua “casa da giardiniere” da parte di Gilles Clément, paesaggista, filosofo, teorico di un’ecologia del giardino e del paesaggio che sceglie la natura come guida (Gilles Clément, Ho costruito una casa da giardiniere, Quodlibet, pp. 156, € 16)Gilles_Clément_Ho costruito una casa da giardiniere_Vìride_Andrea_Di Salvo.
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• Rose sì, ma selvatiche, come recita l’intestazione della nuova collana di Ponte alle Grazie dedicata, con vocazione omnibus, alla natura. Dove alle Lezioni di giardinaggio planetario di Lorenza Zambon (pp. 110, € 10.00) che ripropone sulla carta il travolgente ritmo affabulatorio dei suoi spettacoli teatrali, invito sferzante a farci giardinieri del pianeta, si affiancano le suggestioni del progetto paradosso, del pensiero selvatico, sovversivo di ogni monocoltura, di Angelo Naj Oleari, Armonia selvatica. Semi coraggiosi (pp. 120, € 12.00), nonché ora l’incedere variamente filosofico di Andrée Bella, Socrate in giardino. Passeggiate filosofiche tra gli alberi, pp. 208, € 14.00. Socrate-in-giardino_Vìride_Andrea_Di_Salvo
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Quante differenti specie di bellezza è dato rintracciare nelle nostre città che pur seguitano a dilatarsi in un bulimico processo di speculazione e privatizzazione che ingloba spazi e diritti? E quante e quali specie di spazi, “spazi comuni del quotidiano” resistono nella città multiculturale e multietnica o si disvelano come filigrana di elementi talvolta residuali, vuoti, distratti, abbandonati? Spazi da reinventare seguendo le aspirazioni e le proiezioni di diversi immaginari, dei quali riconsiderare le potenzialità estetiche e sociali sulla base di molteplici visuali e soggettività, spazi dei quali riappropriarsi in azione critiche collettive? Sono molte, piccole e meno piccole, le bellezze urbane che Anna Lambertini ci invita a considerare e interpellare nel suo Urban beauty! (Editrice Compositori, pp. 255, € 24). Urban Beauty_Vìride_Andrea_Di_Salvo Leggi il seguito

Anche quest’ultima edizione del Chelsea Flower Show, la più importante esposizione di piante e giardini organizzata ogni anno a Londra dalla Royal Horticultural Society, si è appena conclusa come d’abitudine con tutti i biglietti d’ingresso andati esauriti da tempo malgrado il ragguardevole costo medio, intorno alle 50 sterline. Un vero e proprio rito di passaggio che, ripetendosi ogni fine maggio nei giardini del Royal Hospital, nell’esclusivo quartiere di Chelsea, celebra per gli oltre 165.000 visitatori, e per il mondo del giardino collegato in diretta, l’ingresso nella primavera, …inglese . Una primavera che si misura nelle fioriture dei protagonisti che cambiano il loro posto in proscenio avvicendandosi nei giardini show anche a seconda che la stagione si sia o meno avvantaggiata (se gli agli ornamentali son già avanti, campo aperto ad astranzia, papaveri e via con gli iris). Un rito che ormai da oltre un secolo registra stato e tendenze dell’arte del giardino. O almeno di un certo modo di intenderlo. Leggi il seguito

Puntata ulteriore di un progressivo scandaglio della multiforme personalità intellettuale e della feconda vicenda artistica di uno dei maggiori innovatori del paesaggismo del 900, il brasiliano Burle Marx, il volume a cura di Barbara Boifava e Matteo D’Ambros, Roberto Burle Marx. Verso un moderno paesaggio tropicale, si impernia, fin dal sottotitolo, sul rivoluzionario assunto che pone al centro del suo progetto di paesaggio la dimensione estetica della natura (edizioni IUAV, Il Poligrafo, pp. 256, € 23.00, con un saggio iconografico di Leonardo Finotti). Ebreo, figlio di immigrati europei, poliglotta, pittore di formazione ma animato da una curiosità che va oltre le discipline, Burle Marx partecipa del fermento di un Brasile postcoloniale che cerca una propria identità anche attraverso il Modernismo di là dai modelli europei, recuperando, tra mille contrasti, tradizioni compresenti, metabolizzando le suggestioni che provengono dalle avanguardie artistiche d’oltreoceano.Burle Marx_Vìride_Andrea_Di_Salvo Leggi il seguito

È davvero una lettera aperta, quella che Franco Zagari spedisce all’indirizzo di un dibattito sul paesaggio per molti versi affollato di pareri incrociati, quasi a rischio di paralisi (Sul Paesaggio. Lettera aperta, Libria, pp. 244, € 15.00). Aperta, fin nell’andirivieni delle sue considerazioni dove, in un’incrementale ansia definitoria, pone e ridispone criticamente temi e nodi problematici. Aperta, negli indirizzi metodologici distillati bordeggiando alla volta di un distintivo progetto di paesaggio, tramite ibridazioni e integrazioni di esigenze, vocazioni, fino poi all’ardire di candidare ipotesi, utopie pratiche. Aperta, specialmente verso noi tuttiZagari Franco Sul Paesaggio_Lettera aperta_ Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Ben al di là della loro rilevanza botanica, le piante della Bibbia sono chiamate, in quel palinsesto di valenze narrative, religiose, poetiche che tramano le scritture, a evocare episodi, identificare contesti, a narrare di modalità di vita, consuetudini alimentari, pratiche terapeutiche, cultuali, a far da tramite per simbologie, significati spirituali, precetti morali. Se non ci è dato conoscere quali essenze, quantomeno vegetali, sintetizzano le metabotaniche indicazioni degli edenici Albero della vita e Albero della conoscenza del bene e del male menzionati fin dai primi versetti del Genesi, ora una complessiva ricognizione scientifica ci introduce nell’affollato universo di presenze vegetali che popolano le scritture. Con Le piante nella Bibbia (Gangemi, pp. 206, € 30,00), Maria Grilli Caiola, Paolo Maria Guarrera e Alessandro Travaglini presentano gli esiti di un’analisi condotta sì con gli strumenti analitici del botanico e dell’etnobotanico ma con una visuale ampia che incrocia i suoi dati con la lettura critica delle fonti e le più recenti acquisizioni di archeologi, filologi e biblisti.Piante nella Bibbia_Vìride_Andrea_Di_Salvo Leggi il seguito

Anche una semplice panchina, al di là del suo essere supporto alla sosta, può rivelarsi occasione e tramite di molteplici funzioni. Indicare, rammemorare, ma anche organizzare la scansione di un percorso, inquadrare lo spazio della vista, controllarne e fissarne in un atto dalla forte valenza politica significati e gerarchie; farsi ospite e innesco di nuove modalità immaginative del soggetto; teatro di incontri, dinamiche relazionali. Risultando, al contempo, sia soggetto concreto, congegno a partire dal quale tutto ciò accade, sia oggetto rappresentato, che tutto ciò simbolizza, a più riprese e diversamente ripreso nella produzione artistica, in un’evidente trama di intrecci e rinvii. Sulla panchina_Vìride_Andrea_di_Salvo Leggi il seguito

Con il precisarsi dei recenti sviluppi linguistici del giardino neonaturalistico e ipernaturalistico – in contrappunto con le varianti tecnologiche e più esasperate del giardino formale, architettonico – si complica ulteriormente l’aspirazione a intendere un giardino alla stregua di un quadro o di una architettura da indagare con gli strumenti critici e le metodologie della storia dell’arte. E i termini di tale lettura si amplificano nel senso che alla difficoltà di determinare come singola opera d’arte un giardino, corrisponde in parallelo un processo di assunzione nello statuto dell’Arte del giardino della irriproducibile sua mutevolezza, dell’effimero, dell’impermanenza.  Così, sempre nel senso di una possibile, auspicabile Storia dell’arte del Giardino muove la proposta di lettura di Guido Giubbini per il tramite di una selezionata serie di storie di giardini. Leggi il seguito

Restituire al complesso di teorie e pratiche detto fengshui, letteralmente “vento-acqua”, o geomanzia cinese, il suo rilievo ermeneutico, di lettura di un territorio capace di trascriverne la multiforme ricchezza di segni, di tracce simboliche e reali, e capace di riconoscere in esso la positività di un sito, individuarlo valorizzandone l’aspetto fausto, in vista dell’inserimento nell’ambiente naturale di dimore umane.
È un ritorno alle fonti quello che compie Maurizio Paolillo proponendo ora la sua traduzione diretta dal cinese classico in italiano di uno dei testi fondativi degli insegnamenti del fengshui, risalendo lo stretto crinale che spesso ne ha visti gli sviluppi distratti in occidente tra critica scientista e uso disinvolto al seguito di mode variamente new age. la-lingua-delle-montagne-e-delle-acque_Vìride_ANDREA_di_salvo Leggi il seguito

Così come accade di piantare per un tempo e un qualcuno che ci trascende alberi che impiegheranno poi molti decenni per diventare quel che la loro ghianda promette, così accade si scriva oltre sé stessi, magari l’ennesimo resoconto della vicenda del proprio giardino; vero e proprio genere narrativo del cui diffondersi è opportuno chiedersi il perché. Leggi il seguito

Tenendosi alla larga dalla perniciosa tentazione di applicare indistintamente la categoria interpretativa omnibus di «paesaggio» all’analisi critica di un universo fantasmagorico com’è quello dell’opera di Italo Calvino, sempre risospinto nell’orbita di un’incessante, inesausta tensione sperimentale, è con le lenti a focali multiple del paesaggista che Fabio Di Carlo, studioso e docente di Architettura del paesaggio dalle molte curiosità e competenze di confine, procede con passo attento e originale nell’investigare, appunto, dei Paesaggi di Calvino (Edizioni Librìa, pp. 143, € 15): ne rilegge le specificità, ne evidenzia componenti e declinazioni ne ripercorre le tracce, nonché il multiforme riverbero sul pensiero e su molte idee chiave della cultura del paesaggio, fin sul più recente dibattito. paesaggi di italo calvino_Vìride_andrea_di_Salvo Leggi il seguito

Chinati verso un tempo delle origini, verso il suolo. Verso un basso che accompagna lo sguardo raso le cose, nell’universo d’ombra screziata che in un’onda ininterrotta sopra di esse ammanta un tappeto ovattato di smeraldo. Attratti verso l’infinitamente piccolo, il minuscolo, il modesto, l’apparentemente indistinto. Così, ben al di là delle svariate considerazioni di ordine botanico o paesaggistico ci proietta questa apologia dei muschi, dilatando il suo oggetto a viatico di un necessario cambio di prospettiva, in uno spaesamento che genera nuova attenzione. Così, almeno, per Véronique Brindeau nel suo Elogio dei muschi (traduzione di Lorenzo Casadei, Casadeilibri editore, pp. 110, € 18,00). Leggi il seguito

Dopo il suo decennale “apprendistato” in quel palinsesto della storia del giardino inglese del Settecento che è Stowe, dove opererà e armonizzerà talenti innovatori del tenore di William Kent e già di John Bridgeman, il giardiniere inglese per eccellenza Lancelot Brown interverrà per oltre trent’anni, dalla metà del secolo fino alla morte, nel 1783, in lungo e in largo nelle tenute delle maggiori famiglie dell’isola, ridisegnandone la fisionomiaGiardiniere Inglese_Capability Brown_Masolino DìAmico_Vìride_Andrea_Di_Salvo. Leggi il seguito

Affetto in maniera inguaribile e auspicabilmente contagiosa da quella patologia grave evocata fin dal titolo del suo libro, Il mal di fiori (Maestri di Giardino Editori, pp. 101, € 9,00), Didier Berruyer, vivaista prestato alla scrittura, umanista col marchio dello storico di formazione, autodidatta fino a diventare un “esperto del giardino naturale”, come confessa con dissacrante autoironia, ci introduce con questo testo alla sua visione di un giardino che fa perno sul tempo intermedio delle piante cosiddette perenni. Leggi il seguito

Torna ancora la tensione tra l’aspirazione a scrivere di critica del paesaggio, indagare, ordinare, classificare l’arte del giardino, e il lavorìo materiale del giardiniere, l’appropriatezza dei suoi gesti essenziali, scaturiti, “per istinto o intuito”, come esito di prossimità e serrata frequentazione della natura, di un’osservazione continuamente orientata dalle sensazioni e dalle emozioni, come risposta attenta di uno stare in dialogo fitto con le voci della vita in giardino. Torna ancora nell’opera e nell’ultimo volume di Oliva da Collobiano, paesaggista di eccentrica, enzimatica sensibilità, scrittrice, pittrice – per chiamar vigile l’attenzione, promotrice di iniziative di divulgazione della cultura del giardino. Leggi il seguito

Nelle Illustrazioni delle forme di montagne, pianure e corsi d’acqua compilate dal monaco giapponese Zōen intorno al secolo XIII, a concludere l’elenco di prescrizioni dedicate a come collocare con maestria le pietre in giardino, si sentenzia: “Per raggiungere questa capaciztà non c’è che da adoperare il cuore, che senza una continua pratica diventa ottuso. È necessaria la trasmissione diretta”. Una paradossale chiosa che bene sintetizza alcune costanti del lungo processo di elaborazione dell’arte della composizione dei giardini nell’ambito dell’estetica e della cultura tradizionale giapponese. ARTE DEI GIARDINI E DELL ESTETICA TRADIZIONALE GIAPPONESE_Vìride_Andrea_di_Salvo_1 Leggi il seguito

Che manchino a livello nazionale indicazioni chiare e universali per designare i nostri patriarchi vegetali e intitolar loro univocamente lo statuto di alberi monumentali la dice lunga sulla perdurante assenza di consapevolezza del ruolo, appunto, di monumento vivente che i grandi alberi superstiti assumono per il loro valore estetico, testimoniando con la loro stessa presenza e durata dello svolgersi plurisecolare delle vicende del consesso civile, nelle più varie dimensioni sociali, economiche, simboliche, identitarie. Leggi il seguito

Nell’immaginifica ricostruzione delle tavole di gran formato del volume “per ragazzi” illustrato dal disegnatore francese Benjamin Lacombe, il taccuino di lavoro del botanico russo Aleksandr Bogdanovich – inviato a cavallo dello scoppio della prima guerra mondiale in missione nella mitica foresta bretone di Brocéliande alla ricerca di piante medicinali dalla inusuale efficacia terapeutica – testimonia del suo incamminarsi da un iniziale approccio analitico sperimentale, via via sul registro del fantastico come altro mondo e altro modo di conoscere. Leggi il seguito

Seppure privata della Presentazione di Ippolito Pizzetti, che nel 1991 la volle tradotta per la sua collana  di  Muzzio Il corvo e la colomba, torna ora ristampata dalle edizioni Elliot l’antologiala di articoli scritti da Vita Sackville-West per la sua rubrica domenicale di giardinaggio tenuta sull’Observer tra il 1947 e il 1961, l’anno prima della sua morte. Recuperando il titolo dell’edizione inglese del 1986, torna ad essere Il libro illustrato del giardino, dove Garden Book evoca un taccuino di annotazioni, il diario da giardino. Leggi il seguito

Premesso che «il giardino non si insegna. È lui l’insegnante», come esordisce Gilles Clément nella lezione introduttiva del corso 2011-‘12 presso la cattedra di Creazione artistica al Collège de France: Giardino, paesaggio e genio naturale (ora in italiano per Quodlibet, pp. 65, € 8,50), è una vera e propria pedagogia del “progetto di paesaggio” quella che questo poliedrico intellettuale, sostenitore di un proposito politico di «ecologia umanista», porta avanti da anni traducendo nell’insegnamento e nella divulgazione, in una multiforme pubblicistica di successo le sue sperimentazioni e le sue pratiche di realizzazione di giardini, sempre più «di resistenza». Leggi il seguito

In che misura, anche per il giardino così come per qualsiasi operazione di creazione artistica, è possibile ripercorrere il dispiegarsi del processo ideativo che lo informa? Cioè a dire, oltreché illustrarne intenzioni compositive o descriverne specificità tecniche, risalirne il divenire nel sommarsi di interrogativi, risposte e scelte che lo impostano e lo improntano? lo concepiscono e concorrono alla sua realizzazione? lo conducono a diventare sé? In che modo, almeno, percorrere questa via parallela della comprensione critica? Leggi il seguito

Perfino nelle più indiscriminate dichiarazioni di amore per la vita, le piante figurano spesso in ruoli di second’ordine, esseri minori, subordinati. Considerate a lungo organismi privi di sensibilità, incapaci di valutazioni e scelte, intenzionalità, apprendimento, memoria – almeno nella nostra cultura occidentale, ipostatizzata nella metafora “piramidale” che le ritiene meno evolute, ma anche già per un islam che le illustra perché proprio in quanto inanimate sfuggirebbero al divieto di raffigurare il vivente – tale diffusa concezione dura pressoché inalterata fino a …ieri. Verde brillante_MANCUSO_Vìride_Andrea_di_SAlvo Leggi il seguito

Fin dall’intonazione dialogica del sottotitolo che direttamente interpella il suo destinatario, risulta chiaro per quale interlocutore siano stati originariamente pensati gli articoli ora raccolti e tematizzati nel volume di Rossella Sleiter, Cercatemi in giardino. Fiori, alberi e cespugli per i tuoi spazi verdi, Mondadori, pp. 175, € 19.00. Lettori a vario titolo giardinieri, che da anni condividono la curiosità di un appuntamento fisso nello sfogliare le pagine di un settimanale anfibio come Il venerdì di Repubblica, compulsando i brevi testi dell’autrice rubricati Natura, ora nella sezione Scienze. Leggi il seguito

«I semi ci riguardano». L’uso che ne facciamo, il controllo o la condivisione che su di essi esercitiamo possono variamente declinare e interpretare le vie della nostra sovranità alimentare, dell’ampiezza del patrimonio dato di biodiversità, della coerenza e pluralità di forme del nostro paesaggio. Nel XX secolo, dati FAO, sono scomparse più del 75% delle varietà di piante coltivate al mondo. Leggi il seguito

Passa per il giardino una delle vie da percorrere per misurarsi con l’esorbitante complessità dei problemi ambientali. Quanto meno in ambito metropolitano, e perciò planetario data la pervasività di questo modello insediativo. Quindi, passa per un reticolo di giardini urbani localmente coordinati che, replicando il valore trasformativo delle pratiche di giardinaggio dall’individuo alla collettività, lo moltiplica e ne traspone gli esiti alla scala di più ampia strategia ambientale. Leggi il seguito

In una «letteratura italiana povera di alberi», come citando Sciascia ci ricorda Renata Pucci di Benisichi, il congegno narrativo prescelto per il suo libricino Piccole storie di alberi e di uomini edito per Sellerio (con acquarelli di Stefania Bruno, pp.125, € 14,00) è dato proprio dall’associare ciascuna delle quattordici storielle qui raccolte a un albero del paesaggio mediterraneo, specialmente siciliano. Renata Pucci di Benisichi Piccole storie di alberi e di uomini Sellerio_vìRIDE_ANDREA_DI_SALVO Leggi il seguito

Superato lo sconforto indotto dall’addensarsi delle numerose aree di colore verde chiaro sulla Planimetria generale delle ville e giardini di Roma, a indicare quelli scomparsi, la consapevolezza sinottica della ricchezza del sommarsi di queste presenze testimoniali con quelle dei giardini e parchi ancora esistenti (le aree in verde scuro) ci accompagna nella ammirata ricognizione della vicenda di molti fili e episodi oggi raccolti in questo nuovo Atlante storico delle ville e dei giardini di Roma (Jaca Book, pp. 320, € 98,00). Leggi il seguito

L’idea di arcipelago rinvia alla trama di relazioni che, oltre il gioco di definizione e inversione degli elementi – acqua terra, vuoto pieno, luci ombre –, reciprocamente li determina in una sorta di tessuto connettivo. Una risonanza che emerge pure, proprio, nella sottolineatura delle diversità e specificità delle sette isole dell’arcipelago toscano. Diversità geologiche e botaniche, di insediamenti e organizzazioni comunitarie, che emergono anche nell’indagine di quella particolare ricchezza di casi di natura-giardino che dell’arcipelago costituiscono il patrimonio di paesaggi naturali e disegnati. Leggi il seguito

Nel determinarsi di una cultura del giardino, le vie della trasmissione del sapere si intersecano con quelle del saper fare con reciproco beneficio. Ancor più, quando quell’insieme di saperi che sottende il saper fare si serve della condivisione di quest’ultimo per farsi efficace modalità didattica. Accompagnandosi col ripercorrere nel cammino dell’esperienza quel magistero fatto persona. Maestri di giardino, Leggi il seguito

Posto che i boschi che conosciamo, almeno nella nostra gremita Europa, non son più certo da diversi millenni primigeni elementi naturali, ma esito di un’interminata mutua interazione tra uomo e ambiente, Il bosco tra natura e cultura cui è dedicato l’ultimo numero del trimestrale europeo Lettera internazionale (n. 113, pp. 63, € 12) ribadisce il superamento della supposta antinomia tra i due termini non soltanto dissociandosi dalla deriva di una occidentale alienazione dell’uomo dalla natura, quanto, secondo il testo d’apertura di Jean-Marc Besse, nella messa a fuoco di una nuova antropologia della natura. Leggi il seguito

Con l’incedere dissacrante e provocatorio di un pamphlet e l’andamento veloce e zigzagante che occorre quando si sperimentano percorsi di pensiero, Il sentiero dell’architettura porta nella foresta (Franco Angeli, pp. 172, € 15.00) ci invita a riconsiderare tempi e movenze del rapporto con l’esterno e con il mondo vegetale che dall’origine ci ha caratterizzati come specie homo sapiens; per poi rintracciare gli esiti attuali di tale intima relazione e ricavarne una serie di indicazioni e proposte progettuali. Leggi il seguito

C’è – o almeno dovrebbe esserci – un’evidente strettissima relazione tra il consapevole dispiegarsi  degli attuali metodi e delle pratiche di cura, manutenzione e restauro dei giardini storici e una preliminare, articolata, specialistica conoscenza dei saperi e delle tecniche artigianali che nelle diverse epoche presiedevano alla ideazione e costruzione dei giardini. Un’evidenza che viene ripercorsa nel puntuale volume collettaneo curato da Michael Rohde e dedicato a La cura dei giardini storici, ora in edizione italiana a cura di Massimo De Vico Fallani per la meritoria collana Giardini e paesaggio di Olschki, pp. 589, € 58. la cura dei giardini storici_Vìride_andrea_Di_Salvo Leggi il seguito

Seppure appaia un percorso fittamente intersecato da citazioni e note su come variamente i giardini evocano e innescano rappresentazioni, allusioni, pratiche, questi riferimenti sono piuttosto viste laterali che si aprono per poi subito richiudersi mentre siamo sospinti innanzi lungo le strettoie di un procedere argomentativo tutto interno al dibattito filosofico anglo americano. Nell’aspirazione alla costruzione di Una filosofia dei giardini, David E. Cooper  (Castelvecchi, pp. 182, € 19.50) si propone di colmare almeno con una sua proposta quella che denuncia come una lacuna dell’indagine filosofica. Leggi il seguito

Abdicando a ogni tentativo di tematizzare tipologie e ambiti di intervento, il volume dedicato all’Architettura del paesaggio oggi nella serie dei volumi-repertorio Architecture now! (a cura di Philip Jodidio, Taschen, pp. 416, € 29,99) propone, di là da una disamina delle valenze volta a volta assunte in diversi contesti dall’espressione ‘architettura del paesaggio’, una rassegna alfabeticamente disposta di studi e progettisti e delle loro più recenti e significative realizzazioni, perlustrando con un approccio ampio e inclusivo confini in divenire tra discipline. Leggi il seguito

Espressione a tutti gli effetti di attivismo politico, quand’anche inconsapevole, la pratica dell’orto nelle sue prassi condivise, comunitarie va assumendo modi e dimensioni pervasivamente virali. Quindi, non più tanto orti nella forma di quegli individui fazzoletti coltivati abusivamente proliferati negli spazi residuali di una città in crisi inesorabile di espansione, a ridosso di binari ferroviari o lungo gli argini dei fiumi, negli interstizi di una viabilità incongrua, e a lungo intesi come inconfessabile traccia di spossessamento economico e sradicamento identitario, quanto nel loro nuovo multiforme prodursi come esperienze partecipative di ripensamento e riappropriazione dello spazio urbano. Leggi il seguito

Conviene ancora, e ancor più in un’epoca solitamente supina a pretesi determinismi, tornare a riflettere sulla specificità della risposta interpretativa messa a punto oltre cinquant’anni fa da Emilio Sereni nella sua sintesi sulla Storia del paesaggio agrario italiano edita da Laterza nel 1961 e ristampata da allora 23 volte. Per l’originalità della focalizzazione del tema, per l’innovativo approccio metodologico interdisciplinare e oggi per una nuova attualità che la questione del destino del lavoro agricolo e del profilo delle campagne torna ad assumere nel quadro di un modello di sviluppo che mostra tutti i suoi limiti. Leggi il seguito

È un’isola oltre il giardino quella che preme dalle pagine di Celia Thaxter, giovane figlia di guardiano del faro, quindi poetessa e scrittrice di qualche successo alla fine dell’ottocento, animatrice dell’hotel di famiglia, rifugio estivo per la colonia di intellettuali e artisti del New England, nota piuttosto per i suoi scritti sulle isole Shoals di fronte alle coste di Portsmouth, nel New Hampshire e per il libro dove racconta le vicende di un anno come gli altri, qui il 1863, nel suo giardino stagionale sull’isoletta di Appledore (Il giardino sull’isola. Uno scoglio fiorito di fronte all’oceano, Pendragon, pp. 114, € 15).
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Oltre il tripudio di fiori e legumi straripanti di là dagli steccati di legno che raccordano gli orti degli austeri masi sudtirolesi a paesaggi vertiginosi di scoscese pendici e alpeggi bordati di conifere, sono rarefatte foto di mani di donna – quelle che attentamente raccolgono, selezionano, custodiscono semi – a raccontare l’essenza della microstoria territoriale degli orti di montagna cui ci introduce Michela Pasquali nel volume Südtiroler Paradies. Orti di montagna, Linaria, pp. 157, € 28,00. Leggi il seguito

È significativamente intitolato L’enigma di Jorn de Précy il testo che ci introduce alla figura dell’autore pressoché sconosciuto del volumetto Il giardino perduto. Erede di una famiglia di facoltosi commercianti, Jorn abbandona diciassettenne i vuoti paesaggi dell’Islanda per girovagare tra Italia e Francia prima di stabilirsi in Inghilterra e dal 1865 dare vita nell’Oxfordshire al giardino della sua vita, Greystone.De Precy Marrella_ Vìride Andrea Di Salvo Leggi il seguito

Il giardino di Jihae Hwang al Quiet Time DMZ Forbidden Garden

Il giardino di Jihae Hwang al Chelsea Flower Show

A fare la differenza è per Londra di fine maggio la luce di un’insolita serie di giornate di sole. Per il resto, la fila per avvicinarsi, soffermarsi a percorrere con lo sguardo la struttura complessiva e i singoli elementi, valutare l’originalità, la dimensione scenografica, la ricchezza di soluzioni compositive e cromatiche, di texture di essenze e materiali è la stessa che solitamente si forma di fronte ad un’opera d’arte.
E pour cause. Qui si tratta di giardini. Siamo al Chelsea Flower Show, la manifestazione organizzata dalla Royal Horticultural Society che ormai da 99 anni registra stato e tendenze dell’arte del giardino. Leggi il seguito

Se si chiede a un autore come Gilles Clément, giardiniere paesaggista poliedrico, di raccontare il profilo e la storia del suo soggetto in nove faccette – è questo l’impianto della collana francese Un brève Histoire du … dov’è nata la sua ultima opera –, piuttosto che una Breve storia del giardino (Quodlibet, pp. 129, € 14.50) si ottiene un ibrido di suggestioni, di resoconti di viaggi e di incontri alle più diverse latitudini e nel corso degli anni, di riflessioni su nodi teorici e esperienze di lavoro, un racconto fantastico come capitolo conclusivo, alcuni punti fissi ricorrenti e molte domande. Leggi il seguito

Certo si corre il rischio della vertigine da catalogo a percorrere le oltre 300 pagine schede messe insieme a cura di Anna Letizia Monti e Paolo Villa nel volume puzzle Architettura del paesaggio in Italia (Logos, pp. 379, € 34,95) inseguendo l’aspirazione a testimoniare la polifonia del lavorio degli associati di quella strana consorteria di specialisti riuniti nell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio (Aiapp, con due p). Leggi il seguito

Era dedicato ai giardini dell’antico Egitto il primo capitolo del volume con cui Marie Luise Gothein fondava filologicamente nel 1914 lo studio della Storia dell’arte dei giardini (finalmente tradotto in italiano presso Olschki nel 2006); così pure, sullo stesso momento fondativo, per quanto con ben altro approccio e molti anni dopo, si soffermava l’antropologo inglese Jack Goody nelle sue analisi comparative alla ricerca delle origini e delle forme di una Cultura dei fiori (Einaudi 1993, esaurito e che occorrerebbe ristampare): nelle pagine dedicate a La valle del Nilo. E non v’è dubbio che sulle sponde del fiume e dei canali che spartiscono l’aridità del deserto si fondino in una millenaria vicenda alcuni degli stilemi del giardino che a lungo si ritroveranno nelle epoche successive. Leggi il seguito

Da qualche tempo imperversa l’ortomania. Almeno a parole, sulla stampa, alla radio, sulla rete. Ma anche in tante realtà meno mediatiche, come tramite di una accresciuta sensibilità verso un rapporto più diretto con la natura e quei suoi frutti che finiscono sulla nostra tavola; come occasione di formazione; strumento di accudimento, cura e riabilitazione; nelle esperienze di coltivazioni meticce tese ad integrare diete e socialità. Leggi il seguito