Sull’onda dei grandi viaggi di esplorazione, gli orizzonti dell’indagine botanica si dilatano ben al di là del giardino di casa. La nuova esigenza di mettere ordine nella natura delle cose, catalogandole, si propaga ai nuovi mondi e, specialmente nei secoli XVIII e XIX, si declina nell’insopprimibile desiderio di appropriarsi di quelle nuove piante – spesso di dimensioni forme e colori così straordinari – assieme all’esigenza di mostrarle, di replicarne la vita nel proprio giardino.E’ questa per sommi capi la vicenda narrata nel volume di Mary e John Gribbin tradotto per Raffaello Cortina con il titolo “Cacciatori di piante”(ricordiamo con analogo titolo il volume di Tyler Whittle, apparso nel 1980 nella prestigiosa, anticipatrice, collana di libri sulla natura L’Ornitorinco diretta da Ippolito Pizzetti).

L’accelerazione forsennata del processo migratorio delle piante “predate” è testimoniata dal formidabile numero di quelle che nello spazio di poco più dei due secoli considerati cambiarono addirittura di continente, inducendo nei giardini e nei parchi d’Europa nuove mode ornamentali, modificando paesaggi, ma anche creando nuove opportunità di sfruttamento nel campo dell’industria del legname o della farmacopea, per non parlare del contrabbando dalla Cina dei semi e delle conoscenze per la lavorazione del tè.

 In un andirivieni di date e luoghi disseminati per l’intero orbe terraqueo, dove spesso si rischia di trascurare il contesto e l’intreccio degli interessi scientifici con quelli economici e politici del colonialismo, Cacciatori di piante sceglie di affrontare il tema delle esplorazioni botaniche attraverso le vicende di undici testimoni.

E allora, la faticosa verticalità biografica dell’impianto davvero anglocentrico del volume è in primis un modo per raccontare l’aspirazione alla modellizzazione del mondo vegetale e il progressivo germogliare di strumenti e modalità di un nuovo procedere scientifico .

A partire dalla proposta di nomenclatura binomia di Linneo; il ruolo degli erbari come strumenti scientifici; l’importanza del disegno nella documentazione delle piante e nella stampa di opere fondamentali per la diffusione della conoscenza botanica; il resoconto delle esplorazioni scientifiche che diventa genere di successo; e ancora, la fondazione di istituzioni come la Royal Horticoltural Society nel 1804 e la vicenda dei Kew garden con il loro ruolo propulsivo svolto nella raccolta e nella documentazione.

Quanto ai “cacciatori”, tra loro così diversi per estrazione sociale e bagaglio culturale, tutti sono accomunati da lunghi anni di viaggi difficoltosi. E sopratutto da un’enorme passione. Più della metà sono di povere origini, autodidatti che diventano negli anni grandi esperti. Certo si incontrano anche figure di appassionati ricchi e potenti: grandi elettori delle neonate società scientifiche come Joseph BanKs, cui si deve tra l’altro l’introduzione della flora australiana, o studiosi come quel Joseph Hooker, che viaggerà dall’antartico al nord dell’India e in Tibet, presidente della Royal Society e grande esperto di distribuzione geografica delle piante tanto da essere designato da Darwin Darwin – con il quale è in corrispondenza continua “dal campo” – come curatore della stampa del suo lavoro in caso di morte.

Ai botanici al seguito dei grandi viaggi a vela di esplorazione, e ai raccoglitori inviati per scopi di ricerca dalle istituzioni scientifiche, segue poi la serie degli emissari per conto dei vivai che si strutturano in imprese a fronte della domanda dei collezionisti di piante esotiche presto alla moda.

La presenza nel libro dell’unica “cacciatrice di piante”, Marianne North, aristocratica pittrice con un’attenzione da ecologa ante litteram, si deve al formidabile contributo dato dalla sua opera alla scienza botanica. Un padiglione nei Kew Garden ne ospita la pinacoteca: 832 dipinti che illustrano più di 900 tipi di piante e fiori ritratti nel loro contesto nel corso dei suoi viaggi.

Ma il dato della grande disponibilità di differenti varietà di essenze introdotte dai quattro angoli del mondo significa sopratutto – al di là dell’ “esotismo” che l’incontro con l’altro determina anche in tante altre sfere del gusto – una nuova attenzione alle caratteristiche, le forme, le varietà delle singole essenze vegetali. Mix di un’attitudine classificatoria e di esigenze commerciali, dove la necessità di conoscere le caratteristiche dell’habitat di provenienza è funzionale per tentare con qualche speranza di successo di acclimatare le piante in condizioni diverse, anche … per poterle vendere.

Questa consapevolezza orticola, assieme allo strutturarsi scientifico delle conoscenze e delle tecniche, andranno ad innestarsi nel processo estetico che, rompendo gli schemi formali, va privilegiando l’idea di giardino di stile inglese e la tendenza al rispetto di una naturalità dei luoghi, pur spesso romantica e idealizzata.

La nuova estetica si va precisando con l’emergere di nuovi pubblici. Cresce la passione dell’epoca vittoriana per le serre di conservazione nelle grandi case e nelle ville borghesi – favorita tra l’altro dall’abolizione della tassa sul vetro nel 1845. I vivai si specializzano e propongono per la clientela più ricca la coltivazione di piante esotiche. Tra tutte, le orchidee – piuttosto trascurate nel libro – diventano oggetto di distinzione del gusto e dello status (nel libro il paragone è con quel che oggi potrebbe valere una vettura di lusso).

“Cacciatori di piante” racconta la moda mania per le conifere del nord America che investe la larga scala del paesaggio, tanto nella valorizzazione di singoli esemplari, sorta di “trofeo” delle case vittoriane, come nella realizzazione di barriere frangivento. La passione vittoriana per i boschetti romantici di rododendri riportati dalla Cina meridionale e per quelli himalayani si riassume nell’affermazione che il denaro speso per accaparrarseli nei trenta anni successivi all’introduzione delle specie scoperte a metà 800 “avrebbe potuto azzerare il debito pubblico”.

Sono molte insomma le testimonianze dell’ampiezza e variabilità vegetale che per il tramite delle mode si tende a ricondurre ad un unicum eurocentrico. Che dire dell’introduzione di anemoni e varietà particolari di crisantemi acquistati da vivai giapponesi; del fogliame del Phormium tenax dalla Nuova Zelanda o dei fiori dell’uccello del paradiso o Strelitzia reginae portato da Francis Masson dal Sud Africa? O ancora, del modellarsi del paesaggio con i colori che tanto colpivano gli esploratori: i blu del lillà della California (Ceanothus), o i rossi arancio o il giallo vellutato del Tropaeloum del Sud America? Ma l’enumerazione sarebbe infinita e in questo sovviene un breve paragrafo riassuntivo alla fine di ogni capitolo del libro intitolato alle presenze “In giardino”.

E se oggi molte di queste essenze le associamo al giardino mediterraneo o al tipico cottage inglese, questo ci parla della relatività del concetto di autoctonia – tema ricorrente nel dibattito sul quale avremo modo di tornare – nei giardini come pure nel paesaggio, dove basti per uno ricordarsi degli Eucalyptus australiani che ritmano come una cifra caratterizzante la campagna dei veneti dell’Agro pontino. 

Mary e John Gribbin, Cacciatori di piante, pp. 347,  € 26, Raffaello Cortina 2009, recensito da Andrea Di Salvo su ALIAS supplemento de Il Manifesto del 17 aprile 2010


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