Impermanente opera aperta per statuto, vivente nel tempo e in continua trasformazione, il giardino è una sorta di caleidoscopio di relazioni e interazioni in continua riconfigurazione. Forse anche per questo il giardiniere paesaggista inglese Russell Page (1906-1985) nella sua esistenza nomade tornava a visitare molti dei giardini che aveva progettato, contento di potervi reintervenire a distanza di anni. Sapeva del bisogno di riequilibrarne tessitura e orchestrazione di forme e colori via via che alcune piante troppo si imponevano e che altre infiacchivano; sapeva che “bastano pochi anni di trascuratezza e si vede lo scheletro di un giardino”. Ma, per quanto afflitto nella fase finale della propria vita dalla scomparsa o dallo stravolgimento di tanti dei suoi giardini, sapeva anche che loro caratteristica “permanente” era linearità e chiarezza del progetto. Ed è proprio nella tensione tra consapevolezza della precarietà dell’opera giardino e esigenza di testimoniare l’eredità essenziale dell’opera di uno tra i grandi maestri del secolo scorso che si colloca il libro I Giardini di Russell Page di Marina Schinz e Gabrielle van Zuylen, Electa 2009, pp. 256.
Interessante specialmente perché documenta in oltre 200 foto di grande formato a colori quanto resta di quei giardini, il volume deve leggersi in dialogo serrato con l’unico libro scritto da Russell Page, L’educazione di un giardiniere (1962, un classico nel suo genere, tradotto in Italia da Allemandi nel 1994, esaurito e inspiegabilmente non ristampato); e, in particolare, con le oltre 80 foto in bianco e nero da lui stesso scattate e selezionate per illustrare “aspetti e elementi da evidenziare”. Colpisce come, al di là delle visioni d’insieme, molte delle inquadrature prescelte da Page si pongano spesso ad altezza di sguardo: a recuperare la dimensione in soggettiva degli spazi che si succedono, di testa e piedi che avanzano nelle stanze all’aperto tipiche di alcuni suoi progetti. O come molte assecondino assi prospettici che spesso non ricalcano quelli dei segni più evidenti (come confini o percorsi) a dire del valore più ampio di raccordo tra piani e sfondo, con i diaframmi intermedi a scandire lo spazio delle relazioni interne tra le cose: compositivamente per lui assai più importanti delle cose stesse. Foto che rivelano un agire sempre in divenire: una sceneggiatura a posteriori in vaevieni con il disegno di progetto. Un modo di operare dove senso dello spazio e equilibrio delle proporzioni – l’impronta della sua prima formazione artistica – si fondono in una conoscenza intuitiva del terreno, nella felice capacità di riportare sul campo la sua idea. Il tutto associato a una profonda conoscenza botanica e padronanza dell’uso compositivo del verde.
I Giardini di Russell Page  ri-fotografa quel che resta di quelli ritenuti maggiormente rappresentativi, con l’accortezza di ripercorrere molte delle inquadrature di Page e con il merito di allargare spesso il campo oltre il giardino, al contesto, al paesaggio. Se poi, in un libro pressoché interamente costruito sulle foto, meritava conservare tale e quale l’accurato l’impianto di pagina dell’edizione in lingua inglese, la traduzione del testo reclama di essere emendata almeno di equivoci e cacofonie. Sfogliando il volume si ha un’idea delle molte variabili della lunga esperienza di un Page sempre in grado di amministrare, al di là delle mode, riferimenti a diverse culture storiche (la tradizione europea come l’Islam) e rispetto per vincoli e esigenze specifiche delle committenze, spirito e tradizione dei luoghi. Dai progetti su amplissima scala (parchi e tenute) di anteguerra, alle esigenze nuove di ridisegnare proprietà poi aperte al pubblico, dall’allestimento di mostre temporanee, a interventi per nuove committenze (che lo portavano a scrivere che “automobili, aeroplani, stampa, radio e tv hanno incominciato a fare dei giardini e dei fiori un divertimento di massa su grande scala”). Il suo ultimo grande incarico nel 1981 è il progetto per il completamento e la riorganizzazione dello Sculpture garden concepito negli anni ’60 da Donald M. Kendall per la Pepsi Corporation a Purchase, New York. A collegare tra loro sculture di grandi maestri come Rodin, Giacometti, Calder, Moore che il parco ospita nei suoi vasti spazi, Page interviene perfezionando il tema della trama delle relazioni spaziali di vuoti ed oggetti: tra loro, e in relazione alle percorrenze. A ridosso delle opere lavora per analogia o contrappunto; crea una serie di giardini tematici dedicati e, a collegare il tutto, traccia con ghiaia color ambra il cosiddetto Golden Path che si snoda attraverso il parco restituendo unitarietà all’insieme… E che si diverta lavorando, anche a 80 anni orami malato di tumore, lo testimonia il suo dire compiaciuto: “uso alberi come fossero sculture e le sculture come fiori, e poi comincio da lì. E’ una cosa contro corrente”.

I Giardini di Russell Page, a cura di Marina Schinz e Gabrielle van Zuylen, Electa 2009, pp. 256 recensito da Andrea Di Salvo su Alias 24 – Supplemento de Il Manifesto, 12 giugno 2010


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