Ripreso da un intervento su Domus del 1937 di Pietro Porcinai, paesaggista nostrano ma cosmopolita di formazione, il richiamo nel titolo del volume di Annamaria Conforti Calcagni, Una grande casa, cui sia di tetto il cielo (Il Saggiatore, pp. 337, Є 25), sinteticamente significa come siano il rapporto serrato con l’architettura e la relazione stretta tra interno e esterno che, dopo l’interludio all’inglese del giardino paesaggistico, caratterizzano la storia del giardino nell’Italia del novecento, prima che esso torni nei due ultimi decenni a “reclamare la sua autonomia”.
“Regole simili a quelle che disciplinano la suddivisione degli interni devono sussistere anche per il giardino moderno così da poterlo paragonare ad una grande casa, cui sia di tetto il cielo”. Di questa frastagliata vicenda l’autrice ci restituisce una riuscita sintesi (corredata da un corposo apparto di schede su giardini a cura di Francesco Monicelli) intesa a disporre le emergenze e gli episodi salienti in reciproche relazioni di senso. Sul piano storico e estetico formale, con sullo sfondo la consapevolezza del suo rilievo culturale e civile. O, per dirla ancora con un richiamo e un indirizzo tuttora attualissimo di Porcinai, con la consapevolezza pratica che “il problema del verde è un problema nazionale che ha una portata sociale, economica, turistica, paesistica, artistica, agricola … Vogliamo insistere sugli immensi benefici sociali che potranno derivare dall’educare le coscienze alle funzioni del verde nell’edilizia e nell’urbanistica”.
E allora, in concomitanza col procedere di industrializzazione e addensamento urbano, dapprima il linguaggio organicistico del Liberty con logge, bow-windows, terrazzi, fioriture verticali (la moda del glicine) dialoga con gli esterni mentre gli spazi interni si raccordano al livello del giardino; altrove, in un territorio sempre meno ordinato all’agricoltura, si affacciano il “verde industriale” degli insediamenti manifatturieri e gli spazi combinati delle città giardino. Nella Roma capitale degli sventramenti postunitari e poi del giardino celebrativo delle rovine della romanità si sperimenta, con un “mezzo tanto diverso, riconoscibile, efficace ‘reversibile’ come quello vegetale”, un rapporto vegetazione-rovina teso alla ricostruzione filologica; il tutto, di pari passo con il risveglio di interesse per il giardino formale “all’italiana” (in ritardo da noi rispetto alla pubblicistica straniera), consacrato, seppure con carattere di mero repertorio di soluzioni, nella rassegna che nel 1931 si tiene a Firenze a Palazzo Vecchio (50 sale, 4000 oggetti). Ben diversamente interessanti i risultati che si avranno invece nelle “reintepretazioni” attualizzanti delle specificità del giardino formale – fino alla “tendenza odierna [si cita Luigi Piccinato del 1926] di fondere quasi l’orto con il giardino … [di riservare spazi] alla vita sportiva … tennis …frequentissimi i recinti riservati esclusivamente ai bambini, con fosse di sabbia per giocarvi; e le fontane decorative si trasformano in vasche da bagno all’aperto”. E pure significative saranno le operazioni di ripristino dei giardini storici (tali che “pressoché tutti i giardini all’italiana oggi presenti nel nostro paese risalgono agli anni venti o trenta del novecento”). Mentre nell’addensarsi del vivere cittadino postbellico le coperture di terrazzi-giardini si diffondono come scampoli di paesaggio sospeso, fin nella declinazione minima del balcone e allignano i villaggi turistici della ripresa economica con spericolate lottizzazioni (la cosìdetta Costa Smeralda,) ma anche con operazioni di recupero ambientale (il caso di Marina di Nicotera in Calabria). Insomma, suggerendo via via il mutare di funzioni del giardino e interpretativamente ordinandone la varietà di esiti e soluzioni, nonché presentandoci i protagonisti italiani e stranieri di questa vicenda (da Raffaele De Vico a Porcinai a Carlo Scarpa, da Cecil Pinsent a Russel Page), il volume percorre con felici andirivieni la sua strada per arrestarsi alle soglie degli anni 90. Alla ripresa, oltre il “buco nero” degli anni 80, quando, con le parole di Rosario Assunto: “I giardini … erano più o meno ufficiosamente demonizzati come un ingombrante residuo del passato. Status symbol delle classi dominanti. Spazio sottratto alle abitazioni del popolo. Lavoro sprecato e mal pagato …” Si aspetta il seguito. 

 

Annamaria Conforti Calcagni, Una grande casa, cui sia di tetto il cielo. Il giardino nell’Italia del Novecento, Il Saggiatore, pp. 337, € 25 recensito da Andrea Di Salvo su Alias 15 – Supplemento de Il Manifesto 16 aprile 2011


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