“Esposizione internazionale del fiore e della pianta ornamentale”, recita il catalogo di Euroflora 2011, decima edizione di una mostra che ogni cinque anni a Genova, dalla metà degli anni sessanta, consente di fare il punto di un importante universo produttivo ma, ancor più, della sensibilità e del gusto del pubblico che lo alimenta. Si intenda, quella Cultura dei fiori che si esprime e (ci esprime) declinandosi nelle più diverse forme del bello (a seconda i casi, più o meno tale) distribuito nei vasi dei balconi, sui terrazzi, negli spazi comuni e nei giardini pubblici e privati, nei mazzi di fiori delle ricorrenze che costellano la nostra esistenza come un onnipresente inavvertito scenario di fondo sostitutivo che, per quanto sia, ci riconnette al residuale, archetipico, imprescindibile, culturalmente mediato rapporto tra genere umano e natura.

In realtà, Euroflora è già molto di più. È un’esperienza estetica – meglio, sinestetica – moltiplicata in un andirivieni di suggestioni su scale molteplici, dal fiore alla pianta al paesaggio, dall’elemento minimale allo scenario d’insieme. Se fin dall’ingresso si è accolti da un tappeto di ventimila gazanie fiorite nei toni dal giallo al rosso, si tratta poi subito di distribuirsi tra gli spazi interni e quelli esterni. In particolare, il viale centrale che ospita le realizzazione dei 59 giardini espositivi opera dei giovani progettisti selezionati dal Concorso internazionale di idee sul tema “Orti e giardini”. Pur con i vincoli di spazio, tempo e budget della manifestazione, si fa strada anche in Italia la lezione del ruolo che i Festival internazionali di giardini possono svolgere come occasione di innesco di potenzialità espressive e mezzo di diffusione di una cultura paesaggistica dove le idee e l’arte ritrovino visione progettuale e competenze orticole. E per quanto spesso costrette nelle parole d’ordine del multifunzione componibile, modulare su misura, … le idee qui pure non mancano: dall’ormai di moda orto-giardino semplificato e dalle valenze estetiche, al verde a km 0 e attento al recupero dell’acqua e dei rifiuti, dal giardino apparecchiabile a diverse forme di convivialità, a proposte di microecosistemi urbani di sosta e relazione, questi sì eversivi per il solo fatto di proporsi. In quanto a cultura compositiva e competenze orticole, sarà invece opportuno spostarsi nei padiglioni interni dove molte mirabili scenografie vegetali ricreano vari biotopi, dal deserto alla macchia mediterranea, alla natura guidata (sic) e valorizzano paesaggi specifici dei diversi territori regionali. Dai giardini tematici liguri, al Giardino pantesco, dai paesaggi sardi della rinascita dopo il fuoco a quelli dei laghi piemontesi, ai lombardi dei fontanili di pianura ma anche del “verde imperfetto” del Rottam garden. Un’indicazione dai professionisti dei distretti che, in un auspicabile circuito con l’esterno – della mostra – reciprocamente virtuoso, si spera consapevolmente indirizzi ad un giardino conoscenza e interpretazione della cultura dei luoghi, giardino di piante sempre “esemplari”, nella loro storia e nelle loro associazioni, con facile gioco, oltre che colturali anche culturali.


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