Sementi sempre attive, sempre pronte ad uscir di dormienza, le parole di Ippolito Pizzetti si risvegliano, ci risvegliano, di nuovo ogni volta a contrasto del luogo comune di molte delle considerazioni estetiche sul giardino e sul paesaggio, o rattizzate dall’urgenza civile di altrimenti comprenderli, interpretarli, abitarli. Attivatore oltre quarant’anni fa qui da noi di uno sguardo nuovo sull’attualità del giardino, Pizzetti fu autore di un innovativo per allora, per l’Italia, Libro dei fiori in tre volumi, fino poi alla Garzantina che conferiva a Fiori e giardino dignità di conoscenza sistematica per molti, dove l’assunto enciclopedico botanico era animato dalla testimonianza in prima persona, nella sperimentazione e nell’attenzione per le piante anche comuni come per l’andirivieni delle mode in giardino, mentre alle genealogie mitologico culturali si affiancavano quelle onomastiche e delle varianti geosinonimiche. Nel mezzo, decenni di corrispondenza dialogante con il grande pubblico. Demiurgo di una sensibilità latente, interprete di una domanda ancora inconsapevole o rimossa, Pizzetti costruisce il suo discorso dalla tribuna del Pollice verde  singolare, per il contesto e per i tempi, rubrica sul settimanale L’Espresso , come pure su diverse altre testate giornalistiche, nonché poi nell’attività editoriale (collane come l’Ornitorinco e Il corvo e la colomba). Intellettuale anomalo, capace di ibridare letture e suggestioni le più diverse in una visione d’insieme sempre in divenire, oltre le discipline; di formazione umanistica e destinatosi con ciò all’analisi, alla pratica e alla divulgazione della cultura della natura in artificio che è il giardino, negli ultimi suoi anni (è scomparso nel 2007) scriveva per la rivista digitale Golem. Questi suoi contributi sono ora riproposti su carta con il titolo Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle, EncycloMedia, pp. 175, є 13.

Oltre a interventi più propriamente civili, indotti nelle corde di un Pizzetti polemista dalla programmazione della testata e a considerazioni più intime, che sviluppano quelle tenute in Robinson in città. Vita privata di un giardiniere matto (Archinto, 1998) ad evidenza di una persistente implicazione tra vicenda biografica, ricerca di un “accesso al mondo” e giardino “come strumento per intendere la natura, come linguaggio” (implicazione già confessata nella bella Introduzione all’edizione del 1982 della raccolta del Pollice verde, poi espunta dall’editore nelle successive), ritornano i temi indefinitamente variati, ma anche certe ossessioni e idiosincrasie, che abbiamo imparato a conoscere nelle sue pagine dalla scrittura affilata che procede per digressioni ben orchestrate.

Sfilano allora i principali “avversari” del giardino moderno: l’astratta progettualità imposta dal disegno degli architetti, con il loro uso modulare, “disegnativo”, delle piante “chiavi in mano”. Una concezione presunta storica del giardino “come anticamera del costruito”, che ammannisce giardini topiari (se ne parla nel testo: Sfere, ovvero palle) assoluti da ogni contesto –  cristallizzazione simbolica di raggiunta agiatezza purché sia – pur di distinguersi cancellando, con il paesaggio, ogni compromissoria memoria del “passato rustico”. O ancora, la sopravvivenza della mentalità produttivistica in giardinieri che in Italia restano spesso contadini dalla facile potatura selvaggia e in massaie – oggi signore – la cui avversione per le piante “che sporcano“ si traduce nel dominio delle conifere fuori posto; il “credo parareligioso” degli ambientalisti dell’ultima ora che tollerano “solo piante autoctone” negando ad un tempo al giardino la natura di artificio e la natura stessa, in evoluzione. Contro ogni modello “metti sopra e togli”, Pizzetti racconta e riafferma la prioritaria esigenza conoscitiva per il giardino di penetrare lo spirito dei luoghi, il genio, l’anima (le anime, “come le nuvole, vanno e vengono e sono sempre diverse”), passeggiando nel paesaggio d’intorno (quel “giardino preso in prestito”) per coglierne gli elementi, indagandone le componenti qualificanti, le associazioni, le “potenzialità espressive”. Ribadendo il ruolo della fantasia nell’invenzione di giardino e parco, “i quali … hanno solamente scopi estetici e ludici insieme”, evoca l’importanza nella sua formazione intellettuale del teatro (per il quale fu spesso traduttore): “nel giardino che progetto voglio che si realizzi uno spettacolo continuamente in evoluzione, in quattro … atti,  primavera, estate, autunno …”. Così  pure, auspica, per il giardino, la “mano mediatrice degli artisti”. Qui dove, come in qualsiasi altra arte, lo spazio si disegna nel gioco dei pieni e dei vuoti, delle dislocazioni e corrispondenze di forme. Ma forme naturali, di singoli organismi vegetali in trasformazione. Centrale è per Pizzetti la lezione della natura nel disporsi degli alberi, delle essenze, sua è l’attenzione insistita per l’individuo pianta, la capacità di antivederlo nello spazio cui apparterrà nella sua espansione massima, nel gioco di distanze e relazioni. E nella lunga distanza si misura l’eco della lezione di Pizzetti, la fecondità del suo pensiero e del suo modo di porsi. La distanza di cui pure necessitano gli alberi per crescere, dispiegandosi nello spazio e in un tempo da misurarsi sul passo lungo degli anni, dei decenni. Come confessa Pizzetti, “il giardino che vorrei è un giardino per il domani più che per l’oggi, … che arrivi a manifestare la sua gloria nel futuro, come nostra eredità”.

Ippolito Pizzetti, Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle, EncycloMedia, pp. 175, є 13, recensito da Andrea Di Salvo su Alias 25 – Supplemento de Il Manifesto 25 giugno 2011


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