È, anch’esso, tutt’altro che salvatico, l’arboreto di circa quattrocento piante da frutto di molteplici varietà locali, antiche, ormai rare e trascurate, recuperate dal paziente lavoro di ricerca, innesto e salvaguardia avviato a partire dall’Alta Valle del Tevere molti decenni fa da Livio Dalla Ragione e proseguito poi con sua figlia Isabella. Varietà di fruttiferi sottratte all’abbandono dettato da quell’imperante monoculturale omologazione al profitto, del tempo e del gusto, che si misura, ad esempio, in una produzione di mele che oggi è basata all’80% su tre sole varietà, mentre cinquanta se ne contavano all’inizio del novecento e un centinaio se ne trovavano nominate nei trattati ottocenteschi. Esito di una pionieristica, generosa, ricerca etnobotanica, questa collezione di varietà altrimenti disperse, coltivate secondo metodi tradizionali a San Lorenzo di Lerchi, vicino a Città di Castello e denominata Archeologia arborea, è diventata una sorta di salvifico vivente giardino di alberi fruttiferi. Ma, assieme, anche, “raccolta di storie, di viaggi, di profumi e sapori, vicende umane e tradizioni popolari, cucina e archeologia, ricordi e racconti”. Custodia di un patrimonio di conoscenze, usi, saperi, simbologie che solo integrato restituisce senso a quei testimoni vegetali, superstiti alla livella della monocoltura intensiva. Prescelti, fino ad allora, e affiancati tra loro nel campo sulla base di diversificate capacità di adattarsi e di resistere alle malattie. Diversi tra loro geneticamente e perciò in grado di assicurare nel complesso stabilità produttiva, raccolti “da maggio a novembre”, in regimi spesso di autonomia alimentare. Diversi per aspetto, sapore, periodo di maturazione, modalità di utilizzo, conservazione e consumo. I molti fili di questa vicenda sono raccolti nel volume Archeologia arborea. Diario di due cercatori di piante, Ali&no editrice Perugia, pp. 167, € 16, giunto alla quarta edizione, integrando le tappe di un lavoro che non si arresta. Dalle perlustrazioni di poderi abbandonati e proprietà dismesse, sul filo del ricordo, del racconto di qualche anziano contadino, inseguendo la traccia di vecchie varietà botaniche testimoniate nei vecchi manuali di agricoltura e nei sussidi delle cattedre ambulanti di agricoltura che riaffiora nei toponimi, nei proverbi, nelle fantasmagorie della nomenclatura popolare di specie e varietà e si conferma nel loro affacciarsi dagli affreschi delle antiche residenze nobiliari della regione (altrove, Isabella Dalla Ragione affronta queste rappresentazioni con le varietà della sua collezione: “Tenendo innanzi frutta”. Vegetali, coltivati, descritti e dipinti tra ’500 e ’700 nell’Alta Valle del Tevere, Peruzzi, 2009). Dalle esplorazioni “per merangole”, ai sopralluoghi in antichi monasteri e conventi, meglio ancora se di clausura, votati alla conservazione di un sapere (anche) vegetale. Sempre rincorrendo segnalazioni di fruttiferi da salvare dall’estinzione. Per tornare, una volta individuati, a trovarli a tempo debito e verificarne dai frutti l’identità, potarli, innestarli, preservarli. Una sfida che continua con l’aspirazione a creare una Fondazione a supporto della collezione (cfr.www.archeologiaarborea.org). Nel frattempo, si può contribuire adottando un albero, con il diritto di goderne il raccolto. A patto, secondo la tradizione, di lasciare sulla pianta almeno tre frutti: uno per il sole, uno per la terra e uno … per ricompensarla.

Isabella e Livio Dalla Ragione, Archeologia arborea. Diario di due cercatori di piante, Ali&no editrice Perugia, pp. 167, € 16, recensito da Andrea Di Salvo su Alias  della Domenica, Supplemento de Il Manifesto del 22 gennaio 2012


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