۰ Dissodare il terreno, liberarlo dalle erbacce, seminare, coltivare, ma anche potare e trapiantare, accompagnare un giardino nel suo sviluppo assecondandone i cicli di vita e di morte. Non sarà un caso se una serie di pratiche e attività legate alla cura di quel verde accudito che è il giardino rivelano anche nel parlare condiviso una evidente valenza terapeutica. Spesso riflesse in metafore, esse rinviano ai passi essenziali di un processo naturale inteso a curare o a ripristinare la nostra salute, fisica e mentale. E che il giardino sia un potente strumento terapeutico, pur senza assurgere a evidenza scientifica metrificabile, sta divenendo – o tornando ad essere – acquisizione ormai comune e non più soltanto intuiva anche da noi (da tempo la medicina lo aveva previsto, dagli orti dei semplici all’articolazione, poi troppo “onerosa” degli spazi nei sanatori e nei complessi primo novecenteschi). Dei presupposti e delle ricadute di questo assunto danno conto con piglio validamente divulgativo i lavori di Cristina Borghi (da ultimo, Un giardino per stare bene, Urra Apogeo, pp. 232, € 16,50), medico di formazione, convertita al giardino sulla via di una complessiva riconsiderazione di una scienza che, specialmente a fronte del sempre più diffuso cronicizzarsi di patologie e disabilità collegate all’allungamento della vita, abbandoni la difensiva di una medicina tutta farmaci, diagnostica strumentale e iperspecialismo statistico e nuovamente saldi la dissociazione mente-corpo adottando un modello terapeutico integrato, con al centro il malato, dove, oltre la cura, il giardino consente di meglio convivere con la malattia e la sofferenza. Studi clinici e sperimentazioni avviati ormai dagli anni settanta, specialmente in Nord America, testimoniano il potenziale antistress, antidepressivo e antiansia dei giardini. E ciò, si intenda, per tutti. Più o meno sani, con valenza sia preventiva che curativa. Quando poi il giardino, programmaticamente inserito nei luoghi di cura, entra a far parte del contesto terapeutico si rivela efficace complemento della cura medica. Si è constatato come anche soltanto la sua osservazione, così come la fruizione (i cosiddetti healing garden o giardini riflessi) e ancora poi la partecipazione alla sua coltivazione (secondo specifici programmi di ortoterapia con obiettivi e procedure definiti in base a diverse esigenze curative) favoriscano nei pazienti ospedalizzati il processo di guarigione. Come, distraendoli dall’assillo dell’infermità, seppure per un momento, con l’incanto e il coinvolgimento dei sensi, forti dell’appiglio di memorie e emozioni evocate dagli elementi naturali del giardino, dalla bellezza di vita dei suoi attori, si operi un cambiamento di prospettiva. Nella direzione del coinvolgimento e della partecipazione. Riduzione della pressione da stress cronico, riattivazione di capacità motorie e coordinamento muscolare nella pratica fisica riabilitativa o di mantenimento, vantaggi in termini relazionali, di socializzazione, ginnastica cognitiva del ricordare nomi delle essenze ed esigenze climatiche e colturali, stimolo ad impegnarsi in obiettivi motivanti l’autostima… sono soltanto alcuni dei benefici dell’utilizzo del giardino nei luoghi di cura. Discende da ciò la rassegna nel volume di tutta una serie di indicazioni progettuali e soluzioni compositive ad essi dedicate. Dove sia tuttavia da evitare il rischio di intendere che, se il giardino a tutti fa bene, le regole specifiche per il “giardino che cura” debbano essere estese a tutti (i giardini), magari inopportunamente bandendo da questi tra altro la provocazione, l’inquietudine, l’astrattezza non immediatamente “comprensibile”.

Cristina Borghi, Un giardino per stare bene, Urra Apogeo, pp. 232, € 16,50, recensito da Andrea Di Salvo su Alias  della Domenica, Supplemento de Il Manifesto del 12 febbraio 2012


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