Espressione a tutti gli effetti di attivismo politico, quand’anche inconsapevole, la pratica dell’orto nelle sue prassi condivise, comunitarie va assumendo modi e dimensioni pervasivamente virali. Quindi, non più tanto orti nella forma di quegli individui fazzoletti coltivati abusivamente proliferati negli spazi residuali di una città in crisi inesorabile di espansione, a ridosso di binari ferroviari o lungo gli argini dei fiumi, negli interstizi di una viabilità incongrua, e a lungo intesi come inconfessabile traccia di spossessamento economico e sradicamento identitario, quanto nel loro nuovo multiforme prodursi come esperienze partecipative di ripensamento e riappropriazione dello spazio urbano. Spazi intesi come beni comuni di cui ripristinare i diritti di godimento; luoghi e occasioni di socialità dove, attorno alla coltivazione del cibo dell’orto e a una rinnovata consapevolezza alimentare, sperimentare relazioni, travaso di conoscenze e esperienze, nuove espressività, modelli alternativi di consumo. Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la città coltivandola. Come appunto recita l’eloquente sottotitolo del volume di Mariella Bussolati, L’orto diffuso (Orme edizioni, pp. 160, € 14.90), sintetizzando la fitta trama di connessioni e gli esiti di un processo che questa mappatura del fenomeno cerca di restituire. Ripercorrendo le origini del fenomeno, oltre la sussistenza, l’abusivismo, le regolamentazioni degli orti sociali comunali, passando per le prime esperienze oltreoceano anni Settanta di un giardinaggio politico che coniuga sensibilità ecologista e forme autogestite, l’autrice arriva a tracciare le coordinate di una attualità in divenire, all’estero come ormai in moltissimi nostri centri urbani. In un testo nato cucendo i fili di esperienze associative studiate, raccontate, praticate. Promosse. Perché Orto diffuso (http://ortodiffuso.noblogs.org/ ) è uno dei numerosi progetti intesi a sostenere la diffusione dell’orto “come pratica sociale e economica”. Tramite mappe interattive, scambi di esperienze sulla rete, diffusione di informazioni e iniziative. Insomma un modo di concepire il verde che si va diffondendo non più come scenario da contemplare ma, ridefinendone ruolo e perimetro (estetico, identitario, politico), da progettare e attivamente curare, adesso in base a esigenze che si discostano da un modello di vita nel quale sempre meno ci si riconosce. Un verde che modifica la città dal basso. In un pianeta dove oltre metà della popolazione vive in aree urbane, le città dovrebbero poter diventare ragnatele di microspazi di natura, tra orti sui terrazzi e giardini comunitari. E stando a indagini dello scorso anno della Coldiretti, il 37 % degli italiani oggi si dedica alla coltivazione dell’orto e quasi sei milioni e mezzo sono gli “orti ai piani alti”, tanto da derivarne un profilo tipico del coltivatore da balcone. In un ecosistema dove ciascuno con le proprie specificità è parte attiva, tra ortaggi in varietà “nane” coltivate nei più diversi contesti e contenitori, agricivismo, scambi di semi, workshop di orticoltura, educazione ambientale, cucina naturale, si afferma la consapevolezza che, specialmente nella sua dimensione comunitaria, «il giardinaggio è diventato radicale, ed è in fin dei conti un’azione di resistenza contro modelli di paesaggio e di consumo che tendono a preferire l’inorganico e il commerciale alla vita e ai contenuti da essa espressi».

Mariella Bussolati, L’orto diffuso Dai balconi ai giardini comunitari, come cambiare la città coltivandola, Orme edizioni, pp. 160, € 14.90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias  della Domenica 38, Supplemento de Il Manifesto del 9 settembre 2012


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