Seppure appaia un percorso fittamente intersecato da citazioni e note su come variamente i giardini evocano e innescano rappresentazioni, allusioni, pratiche, questi riferimenti sono piuttosto viste laterali che si aprono per poi subito richiudersi mentre siamo sospinti innanzi lungo le strettoie di un procedere argomentativo tutto interno al dibattito filosofico anglo americano. Nell’aspirazione alla costruzione di Una filosofia dei giardini, David E. Cooper  (Castelvecchi, pp. 182, € 19.50) si propone di colmare almeno con una sua proposta quella che denuncia come una lacuna dell’indagine filosofica. Pure a fronte di un sempre più ampio apprezzamento diffuso del giardino, non tanto inteso come veicolo di significato, spettacolo estetico, quanto per la sua frequentazione e la sua pratica (con il rilievo delle attività all’aperto, la riduzione del diaframma interno/esterno…).
A suo avviso, pur con le molte rilevanti eccezioni ricordate, il valore del giardino non è stato fatto oggetto di opportuna indagine da parte della filosofia moderna se non riconducendolo troppo spesso esclusivamente al dominio dell’estetica (e qui pure marginalizzato in ragione, volta a volta, del grado di dipendenza dai fattori ambientali, dell’eccessiva compromissione con la natura, in quanto “attività più direttamente integrata nell’esistenza comune” …). Più in generale, assente da una filosofia sempre più settorializzata che ormai poco riflette sulla questione della vita felice. Mentre invece, tralasciando il valore storico, sociologico, antropologico, evolutivo, nell’apprezzamento del giardino, Cooper intende porre al centro della sua riflessione il valore che i giardini hanno per le persone. Rifiutando di ridurlo all’apprezzamento dei modi specifici dell’arte o della natura (più o meno “selvaggia”) e nemmeno della combinazione di questi due modi, l’autore individua un apprezzamento “distintivo” del giardino – dove l’identità degli oggetti dell’apprezzamento, naturali o opera dell’intervento umano, risulta dalla loro collocazione nell’insieme del giardino –, nonché delle “attività da giardino” che Cooper si sofferma a identificare (dal mangiare all’aperto alla fantasticheria) e che, per paradosso, risulterebbero diverse se svolte altrove, mentre qui assumono un “tono” speciale. Così, nel suo procedere argomentativo, la pratica del giardinaggio e quelle “attività da giardino” favoriscono e “inducono” un gran numero di virtù (non nel ristretto senso morale), comprese quelle della cura, del “rispetto disinteressato per la realtà”, del domino di sé, della speranza, … E in tal senso Il Giardino (con la maiuscola, non uno segnatamente, illustre o casalingo che sia, non qualsiasi ma esemplare) fornisce un particolare contributo proprio alla “vita felice”. L’autodeterminata “modesta proposta” della filosofia dei giardini di Cooper si fa avanti inseguendo e classificando i significati e i tipi dei significati dei giardini; fino a un giardino epifania. Quello che «esemplifica una co-dipendenza tra lo sforzo umano e il mondo naturale … co-dipendenza [che] incarna o ci rimanda alla co-dipendenza dell’esistenza umana e al “profondo terreno” del mondo e di noi stessi… Il Giardino, per dirla pomposamente è un’epifania del rapporto dell’uomo con il mistero. Questo rapporto è il suo significato». O quantomeno può ben esserne uno.

David E. Cooper, Una filosofia dei giardini, Castelvecchi, pp. 182, € 19.50, recensito da Andrea Di Salvo su Alias  della Domenica, Supplemento de Il Manifesto del 28 ottobre 2012


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