Passa per il giardino una delle vie da percorrere per misurarsi con l’esorbitante complessità dei problemi ambientali. Quanto meno in ambito metropolitano, e perciò planetario data la pervasività di questo modello insediativo. Quindi, passa per un reticolo di giardini urbani localmente coordinati che, replicando il valore trasformativo delle pratiche di giardinaggio dall’individuo alla collettività, lo moltiplica e ne traspone gli esiti alla scala di più ampia strategia ambientale.
Con un incedere affilato, sistematizza ora un sempre maggior diffuso sentire in tal senso, nella ricchezza di esperienze condivise, e ne fonda filosoficamente i termini il volume di Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, Luiss University Press, pp. 310, € 18,00, in una proposta che ne proietta su larga scala le rilevanti conseguenze. Rimosso il pregiudizio di un pensiero ambientalista nord americano tutto concentrato sulla natura selvaggia e incontaminata, l’autore rimodula e attualizza questo paradigma in quello alternativo della natura umanizzata. Dove i giardini, non più valutati solo a mo’ di improbabili imitazioni della natura o prepotenti intromissioni dell’uomo, vengono assunti come risultante di quell’interattivo coinvolgimento che è tra gli elementi caratterizzanti della relazione di co-dipendenza uomo-natura. Perché se la pratica dei giardini esige e induce una partecipazione attiva, in prima persona, continuativa e risoluta, questo stesso impegno di tutela positiva, di assunzione di responsabilità, oltrepassando la dimensione etica si declina nell’esercizio di virtù ambientali «proattive piuttosto che contemplative», per applicarsi su scala locale e metropolitana in comportamenti coordinati, schemi e pratiche reticolari collettive ecologicamente sostenibili e in grado di estendersi a fronteggiare problematiche ambientali di rilevanza globale. Nella definizione aumentata di giardini+, che così assomma elementi naturali e pratiche da giardino, sono presi in considerazione specificatamente quelli urbani, privati ma anche comuni «parchi, appezzamenti coltivabili di quartiere, orti, siti oggetto di restaurazione ecologica, vivai, cinture verdi e centri di produzione agricola peri-urbana», dove si privilegiano tipologie di coltivazione volte a promuovere biodiversità, uso sostenibile delle risorse e pratiche di restituzione. In essi, o piuttosto nel loro farsi tessuto, disseminato e coordinato a livello di quartiere e poi urbano, si attivano su più dimensioni come dinamiche interconnesse produzione di cibo su base locale e pratiche reticolari di distribuzione e consumo, processi associativi e identitari, integrazione sociale e culturale, educazione ecologica e impegno partecipativo, presa di parola su temi ambientali. I giardini+ della tutela estesa e dell’agire partecipato faranno pertanto leva piuttosto sul collettivo, continuativo intervento degli individui e sul coordinamento consapevolmente scelto e localmente decentrato che non sull’attesa di verticali politiche istituzionali, normative, globali. Che sempre in ritardo, gravate delle retoriche delle burocrazie e degli esperti, debbono invece essere corrette e costrette a rivedere il modello della crescita perpetua e dell’equivalenza equivoca ricchezza-benessere. E debbono essere anticipate e incalzate dal pervadere di interessi alternativi e da alternativi stili di vita e consumo dei singoli. In una trasposizione dove, insomma, «se reso concreto in giardino, l’ambientalismo diviene questione personale e forma di vita» e finisce, innescando virtuose attitudini ecologiche, per farsi strategia politica globale.

Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, Luiss University Press, pp. 310, € 18,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica III, 9, Supplemento de Il Manifesto del 3 marzo 2013


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