Nell’immaginifica ricostruzione delle tavole di gran formato del volume “per ragazzi” illustrato dal disegnatore francese Benjamin Lacombe, il taccuino di lavoro del botanico russo Aleksandr Bogdanovich – inviato a cavallo dello scoppio della prima guerra mondiale in missione nella mitica foresta bretone di Brocéliande alla ricerca di piante medicinali dalla inusuale efficacia terapeutica – testimonia del suo incamminarsi da un iniziale approccio analitico sperimentale, via via sul registro del fantastico come altro mondo e altro modo di conoscere. Partito come un erbario, con le descrizioni delle stazioni di rilevamento delle essenze, la classificazione, i rilievi e i disegni in dettaglio di particolari delle specie raccolte, nonché come diario cui affidare le minute della corrispondenza e la testimonianza delle analisi e degli esperimenti condotti nel suo improvvisato laboratorio da campo, dopo aver cercato di entrare nelle grazie della “guaritrice ufficiale di questi paesani superstiziosi”, il quaderno di Bogdanovich comincia a registrare un cambiamento di segno, anche grafico, e di tono con la scoperta di specie affatto sconosciute. Le schede di lavoro stentano ad incasellare tali diversità. Le rilevazioni, le dissezioni inducono a ipotesi sbalorditive. Lo confida nelle lettere alla moglie rimasta a San Pietroburgo, che teme inquieta una sua perdita di contatto con la realtà. Lo confessa nelle note, nei disegni, negli schizzi che corredano la corrispondenza con un collega dell’Accademia delle scienze e con l’imperversante Rasputin per conto del quale e di un non meglio identificabile Gabinetto delle scienze occulte Bogdanovich lavora alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Se pare aprirglisi dinanzi “un nuovo campo di ricerca”, l’esperienza, che pure si fa incerta, dice che si tratta di esseri meravigliosi. Minuscoli ma dotati di scheletro e di organi che li avvicinano ai mammiferi; irriducibili al mondo vegetale ma che pure con le piante vivono in simbiosi, moltiplicandone l’efficacia terapeutica. Esseri dotati di riflessi e istinti, che lasciano intravedere una sorta di anello mancante della catena tra il regno vegetale e il regno animale, con un loro carattere, sensibilità, sorriso, linguaggio …
Sono “le piccole fate che affollano le leggende popolari della Bretagna”: di questo si persuaderà deciso a non consegnarle alla “scienza”, rifugiandosi nel folto della foresta dove sparirà assieme alla moglie e alla figlia che lo hanno raggiunto. O almeno ciò è quanto Bogdanovich si confessa ne L’Erbario delle Fate di Benjamin Lacombe e Sébastien Perez (Rizzoli, pp. 70, € 25.00; 32×29 cm). Volume su carta avorio illustrato a restituire lo spessore d’uso e di documento del taccuino erbario dove, trascorrendo da immagini ispirate da varie Flora d’epoca a disegni fitti di didascalie e progressioni, a schizzi, sezioni, dagherrotipi, collage di lettere cifrate e ritagli di giornale, a illustrazioni via via fantasmatiche, avvolgenti nei colori, tra pagine traforate, carta traslucida e effetti di riflesso. Dove con nuova palpitazione emotiva descrive la Pilularia animans dalle zampe retrattili, l’Eriophoria dalla cotonosa criniera e dal comportamento nomade che si sposta cavalcando insetti volanti, l’Alphodelia, simbiotica dei “fiori dei morti”, la socievole Helleboria danzante, di cui illustra i coreogrammi, come pure gli sbuffi profumati della Garofaregina.

Benjamin Lacombe e Sébastien Perez, L’Erbario delle Fate, Rizzoli, pp. 70, € 25.00; 32×29 cm, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica III, 29, Supplemento de Il Manifesto del 21 luglio 2013


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