Nelle Illustrazioni delle forme di montagne, pianure e corsi d’acqua compilate dal monaco giapponese Zōen intorno al secolo XIII, a concludere l’elenco di prescrizioni dedicate a come collocare con maestria le pietre in giardino, si sentenzia: “Per raggiungere questa capaciztà non c’è che da adoperare il cuore, che senza una continua pratica diventa ottuso. È necessaria la trasmissione diretta”. Una paradossale chiosa che bene sintetizza alcune costanti del lungo processo di elaborazione dell’arte della composizione dei giardini nell’ambito dell’estetica e della cultura tradizionale giapponese.Come forma artistica che, di là dagli aspetti tecnici e oltre la sfera razionale, comprende una forte componente spirituale, nella dimensione mistica fondata sulla pratica della meditazione; per la specificità di un sapere e di un agire la cui trasmissione a lungo procede sul piano esoterico quanto su quello dell’esperienza da acquisirsi sotto la guida di un magistero diretto. E pur tuttavia con il supporto di compilazioni di testimonianze, di raccolte di insegnamenti desunti dalla tradizione orale e dichiaratamente scritti in vista di una trasmissione segreta, riservata ai soli iniziati.
I due più antichi testi noti che così codificano gli insegnamenti sull’arte dei giardini giapponesi tradizionali vengono ora pubblicati da Olschki in traduzione diretta e con opportuni apparati di introduzione e commento in un’opera in due volumi da Paola Di Felice. Associati sotto l’avvolgente titolo L’universo nel recinto, vengono proposti il più antico Sakuteiki. Annotazioni sulla composizione dei giardini (vol. I, pp. 206, € 25) con prefazione e foto di Fosco Maraini tratta dalla Prima edizione del 2001 e le Illustrazioni della citazione iniziale (vol. II, pp. 160, € 20). Se il primo testo, risalente all’XI secolo e attribuito a un nobile di elevatissimo rango, si concentra, tra precetti e proibizioni, sui principi generali e i procedimenti costruttivi del giardino di rappresentanza di epoca Heian, situato a sud del padiglione principale, con lago-e-isola e cascata sul lato sinistro e prevalentemente destinato alla contemplazione o a ospitare cerimonie, gite in barca, competizioni poetiche, due secoli dopo, con il ridisegnarsi degli assetti di potere, l’affermarsi della tipologia templare e di una dimensione interiore che raccorda estetica e spiritualità, è ormai avanzato il processo di transizione dell’arte dei giardini dall’aristocrazia al clero. Dove nell’ambito dei monaci buddisti Shingon si ipotizza di dover collocare il monaco Zōen autore delle Illustrazioni.
Il puntuale lavoro interpretativo e di commento si fa più ampiamente, secondo il sottotitolo, occasione per introdurci a I fondamenti dell’arte dei giardini e dell’estetica tradizionale giapponese. Seguendo le molteplici linee di evoluzione parallele delle diverse tipologie di giardino, tratteggiandone le variazioni in relazione alle dinamiche sociali e culturali fino agli esiti del giardino da passeggio e di quello del tè di epoca Edo. Ma anche restituendo i termini di uno specifico procedere conoscitivo dove, in consonanza con una visione dell’universo inteso come flusso di energia universale, l’arte dei giardini, tesa a evocare paesaggi naturali assecondando la natura del luogo e i suoi ritmi, risulta strumento privilegiato di trasformazione spirituale. Giardini dove contemplare le cascate diventa mezzo di purificazione interiore, nel mentre “si abbraccia con lo sguardo il giardino … lo si percorre nella direzione in cui scorre l’acqua, fermandosi ad apprezzarlo… contemplandolo a lungo”.

Paola Di Felice, L’universo nel recinto. I fondamenti dell’arte dei giardini e dell’estetica tradizionale giapponese.  Vol. Icon la traduzione di: Sakuteiki (Annotazioni sulla composizione dei giardini), con prefazione e foto di Fosco Maraini, pp. 206, € 25; Vol. II con la traduzione di: Sansui Narabini yagyo no zu (Illustrazioni delle forme di montagne, pianure e corsi d’acqua), compilato dal monaco Zoen, Olschki, pp. 160, € 20, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica III, 31, Supplemento de Il Manifesto del 29 settembre 2013


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