Chinati verso un tempo delle origini, verso il suolo. Verso un basso che accompagna lo sguardo raso le cose, nell’universo d’ombra screziata che in un’onda ininterrotta sopra di esse ammanta un tappeto ovattato di smeraldo. Attratti verso l’infinitamente piccolo, il minuscolo, il modesto, l’apparentemente indistinto. Così, ben al di là delle svariate considerazioni di ordine botanico o paesaggistico ci proietta questa apologia dei muschi, dilatando il suo oggetto a viatico di un necessario cambio di prospettiva, in uno spaesamento che genera nuova attenzione. Così, almeno, per Véronique Brindeau nel suo Elogio dei muschi (traduzione di Lorenzo Casadei, Casadeilibri editore, pp. 110, € 18,00). Dove, per il tramite paradigmatico della pervasiva presenza dei muschi nei giardini e in tante forme espressive della cultura giapponese, l’autrice affettuosamente assume la fascinazione per l’alterità di quella civiltà e in specie per la costitutiva, particolare sensibilità del rapporto che essa intrattiene con la natura. Intima, rispettosa consuetudine qui emblematicamente testimoniata dalla mirabile varietà di nomi comuni riservati da questa lingua – come già alle nuvole, alle pietre da giardino o alle lanterne di pietra – ai muschi. In numero di trecento, stando alla guida tascabile di quelli del Giappone cui l’autrice attinge – e noi parafrasando – le delicate, immaginifiche descrizioni. Dal calligrafico “pennello di Yamato”, al profumato muschio cipresso, dal muschio “la brina che si posa”, al muschio “argento”, color cenere, fino al “muschio lanterna”, a quello detto “sigaro”, a quello “della memoria” … L’elogio percorre l’universo dei muschi evocandone l’impiego così nei giardini come nei paesaggi in miniatura o in quelli in vaso, procedendo per archetipi, oltre ogni declinazione cronologica. Dai sorridenti volti muscosi scolpiti nei giardini del tempio di Hoara, al Saiho-ji, il riscoperto Tempio del muschio di Kyoto, ricco dei suoi 120 tipi, con le composizioni di pietre coperte di muschi dei giardini d’influenza zen, fino al Ryoan-ji dove i muschi si fanno frange, margine, raccordo di vita nell’astrazione tra isole e mari di rocce. Risalendo su per i sentieri muschiati di rugiada che avviano al rito della cerimonia del tè. Fino alle moderne reinvenzioni nelle scacchiere di muschio cedro di Mirei Shigemori nel Tofuku-ji. Un lessico vivente di tessiture che dalle distese delle centinaia di muschi recenti del giardino di Hakone (1954) trascorre negli evanescenti confini di quelli di Komatsu a Koke no Sono, fino ai piccoli spazi dei giardini interni, quelli conclusi dei patii, invisibili dalla strada e senza orizzonti, o si condensa nei muschi-paesaggio, miniature giardino aperte al loro interno – dal vuoto di sabbia, al centro della composizione – verso un infinito senza limiti.
Se c’è una stagione speciale per ammirare i muschi – suggerisce l’autrice – è il mattino d’estate, rischiarato dopo un acquazzone improvviso; prima che la rugiada evapori o magari dopo che un gesto d’ospitalità, l’uchimizu,  ritualmente rianimi muschi e pietre del sentiero del giardino aspergendoli d’acqua, mentre dagli alberi un particolare tipo di luce tremolante, komorebi, cade filtrando figure e trasparenze del cammino, nel mormorio del vento.

Véronique Brindeau, Elogio dei muschi, traduzione di Lorenzo Casadei, Casadeilibri editore pp. 110, € 18,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica III, Supplemento de Il Manifesto del 22 dicembre 2013


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