Con l’andamento e le movenze di un’irrequieta, interminata ricerca – esistenziale e intellettuale a un tempo, una vera e propria quête, dall’erranza al superamento di ostacoli, consuetudini, regole, leggi –, si dispiega il racconto della vicenda della costruzione con le proprie mani della sua “casa da giardiniere” da parte di Gilles Clément, paesaggista, filosofo, teorico di un’ecologia del giardino e del paesaggio che sceglie la natura come guida (Gilles Clément, Ho costruito una casa da giardiniere, Quodlibet, pp. 156, € 16)Gilles_Clément_Ho costruito una casa da giardiniere_Vìride_Andrea_Di Salvo.
Storia personale, innescata dallo sfratto da parte del padre dalla sua, fin lì, casa di famiglia, la Grange; eppure corale, esito della condivisione e del pensiero collettivo di un gruppo di suoi compagni, giardinieri-muratori, eredi della rivoluzione del ’68, presentati in coda al volume ciascuno per il suo contributo, come autori-compositori-interpreti comprimari de la Vallée. Perché, dopo due anni di peregrinazioni nei dipartimenti della Francia meridionale, alla ricerca di un nuovo luogo da abitare, Clément tornerà proprio nella Creuse della sua giovinezza, non lontano dalla casa negata, a scegliere di prender per dimora proprio quella Valle delle farfalle – per antonomasia la Vallée –, dove giovane esploratore delle meraviglie di fogliami, insetti, fiori, aveva incontrato la propria passione di naturalista solitario. Qui, o meglio “laggiù”, come dicevano i locali, in quella valle mai abitata, aspra sulle scoscese, dove non va nessuno e fin anche il vento arriva rallentato dalle trame della vegetazione di boschetti e radure percorse dalle acque che ruscellano verso il lago, Clément si costruirà negli anni una casa “che non sta dentro le mura”, dove la parte coperta dal tetto è un luogo di attraversamento e dove “il giardino spunta da tutte le aperture”; dove l’uso stravolge il progetto, prevalgono il pianoforte, le stanze-studio che consistono in collezioni di semi, insetti, rocce, erbari.

Tra peripezie burocratiche e indagini poliziesche istigate dai poco notabili locali che conducono i gendarmi alla ricerca di droghe a visitare impressionati il censimento scientifico con etichetta di oltre 300 specie vegetali disseminate, la costruzione procede senza permesso, energia elettrica; con materiali locali e tecniche edilizie all’insegna del riuso di oggetti, fino all’invenzione della scala senza ringhiera tratta dalla torsione di un unico ramo caduto di un albero centenario, offerto dal giardino. Così, la sensibilità di un pensiero ecologista ante litteram e una pratica politica anticipatrice di modelli alternativi allo sviluppo unidirezionale si affiancano e si intrecciano con l’osservazione e la sperimentazione che nel giardino-laboratorio de la Vallée condurrà a distillare quei concetti-metafora per cui Clément è noto e variamente amato e contestato, spesso strattonato. Dal Giardino planetario che sul filo del paradosso assimila il nostro pianeta ecologicamente determinato a un giardino di cui farci custodi, al Giardino in movimento, dove occorre osservare e apprendere dalla dialettica delle energie dei luoghi il potere di invenzione del genio naturale, per assecondarne il movimento.

Il racconto procede tra i rituali delle visite al cantiere dei locali (con una galleria di figure che svaria dal Benjamin poeta archeologo autodidatta a Loulou muratore nomade che va a rosso, a Fernande, che legge nelle nuvole) e reportage che rendono famoso il giardino che con il trascorrere delle stagioni matura il suo carattere. In una passeggiata di soglia in soglia, si intravedono spazi continuamente ridefiniti dal dispiegarsi delle interazioni tra le specie che li abitano, gli animali che vi si installano, le piante che vagabondano o si sedentarizzano. Una preminenza di relazioni sulle forme strutturate. Dalla Grande quercia, perno che orienta la casa al soleggiato Campo, luogo di varietà con oltre 50 diverse specie seminate, da censire da una zattera sospesa insieme agli insetti in liste che variano con gli anni; dal Salotto delle panaci, cui si deve l’invenzione del giardino in movimento, alla Stanza delle Rocce, terreno sperimentale per le varietà frugali; dall’orto – “la stanza che richiede maggior riguardo”, dove abbandonata la forzatura delle recalcitranti, si coltivano oramai soltanto le specie consenzienti –, al melo reclinato che alimenta ricacci verticali, alla colonia di gunneracee dalle foglie giganti; dalla Stanza delle felci ai bucaneve, le scille, i papaveri blu meconopsis, le piante di angelica gians che oltrepassano il tetto, i carpini potati come gatti arrabbiati …Conclusi dopo anni i lavori della casa (“ho un indirizzo”), la ricerca continua. Clément sentirà allora di voler partire per un giro del mondo di quasi due anni. Perché “solo il viaggio apre le porte di una casa di cui si credeva di avere le chiavi”. E una volta tornato, parte ancora. Per quel breve viaggio a ritroso da La Vallée verso la Grange la casa dove lo aspetta il padre. Un percorso anche verso quell’altro giardino, scandito dall’incontro con gli aceri da zucchero che aveva piantato anni addietro, “per puro piacere, per vedere i colori indiani”, con il salice inclinato sull’acqua, i rododendri e tutti gli altri alberi “scelti a comporre il paesaggio previsto, proprio come sulle riviste”. Errori di infatuazione, come li definisce. E già si prepara la festa che trasforma la notte a la Vallée in un teatro d’ombre d’eco balinese: contro le regole di conformità, sussumendo in certo modo in giardino ogni dimensione estetica in un’etica di relazione rispettosa con la natura – natura in primis – se ne celebra così l’ordinaria stravaganza.

Gilles Clément, Ho costruito una casa da giardiniere, Quodlibet, pp. 156, € 16, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica IV, 36, Supplemento de Il Manifesto del 14 settembre 2014


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