Per Nutrire il pianeta, come con enfasi recita il titolo della prossima, di qui a poco, Esposizione universale a Milano – titolo come un logo mutante spalmato fin d’ora su mille le più disparate iniziative –, per Nutrire il pianeta, si diceva, occorre conoscerlo e rispettarlo. Nel molteplice affollamento dei suoi abitanti e nella complessa dialettica delle relazioni che lo avvolgono e lo costituiscono; alla scala più diversa, fin dai microrganismi dei primi, pochi centimetri del suo suolo; quello che calpestiamo e che, appunto, ci nutre. Ma ancora, occorre poi considerare che questo “suo” terreno ha una vita propria, una autosufficienza, una autofertilità con cui continuamente interferiamo. In tanti modi ma, paradossalmente, prima di tutto proprio con l’attività principe che ci consente di nutrirci: l’agricoltura. O almeno, con una predominante forma di agricoltura convenzionale: quella “intesa a produrre reddito più che cibo” e che, per interessi di mercato, ma anche talvolta per inerzia di pratiche e comportamenti mai rimessi in questione, procede pervicacemente nel senso dello sfruttamento delle risorse naturali, incurante dei segnali di impoverimento dei suoli. A guardare oltre questa forma di agricoltura, in buona compagnia con diverse altre visioni critiche e proposte alternative, muove ormai da tempo il pensiero inedito e la pratica dell’Agricoltura sinergica. Ad alcuni anni dalla morte improvvisa della sua ideatrice, la libera Scuola di Agricoltura Sinergica «Emilia Hazelip» a lei intitolata, pubblica un volume che raccoglie e rielabora i suoi scritti e le testimonianze di quanto ferve in questo ambito (Agricoltura sinergica. Le origini, l’esperienza la pratica, Terra Nuova edizioni, pp. 234, € 20.00).

Profonda conoscitrice della microbiologia del suolo, attivista nei movimenti ecologisti, Emilia Hazelip si interessa ai metodi dell’agricoltura biologica per muoversi poi nell’ambito di quella visione che va sotto il nome di Permacultura, un sistema di organizzazione ecologica degli insediamenti attento alla specificità dei luoghi e inteso a riprodurvi, senza sprechi, energie e relazioni rinnovabili. Consapevole dei rischi della pratica di un’eccessiva ossigenazione del suolo (l’equivoco dell’inevitabilità dell’aratura) che ne altera l’equilibrio vitale tra piante e popolazioni microbiche e quindi l’autosufficienza (oltreché dannose inutili risultano le concimazioni), la Hazelip sostiene che lo scopo del giardiniere-agricoltore sia di organizzare la produzione agricola e stabilire la successione delle colture secondo il ritmo di auto-alimentazione del terreno. In ciò attualizzando alle realtà mediterranee i principi dell’Agricoltura naturale, La rivoluzione del filo di paglia dell’agricoltore filosofo giapponese Masanobu Fukuoka.

Sorta di manuale dove si illustrano i punti chiave del metodo di coltivazione dell’Agricoltura sinergica – dalle aiuole sopraelevate alla pacciamatura, alle consociazioni in funzione di incremento della biodiversità – , il libro dell’editore che nella sua galassia annovera anche la pubblicazione del mensile eponimo di controinformazione “per l’ecologia della mente e la decrescita felice” Terra Nuova, si legge anche come partecipe testimonianza del capillare distribuirsi in Italia di esperienze di gruppi “sinergici”, dagli eco villaggi, agli orti didattici comunali, in scuole, ospedali, carceri.
Un modo tra altri, alternativo e concreto di nutrire fin d’oggi e in prospettiva il futuro del pianeta.

Emilia Hazelip, Agricoltura sinergica. Le origini, l’esperienza la pratica, Terra Nuova edizioni, pp. 234, € 20.00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica IV, 41, Supplemento de Il Manifesto del 19 ottobre 2014


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