Enormi discariche di prodotti tossici e miniere a cielo aperto esaurite, interi siti minerari, acciaierie, aeroporti e reti ferroviarie abbandonate, stazioni di smistamento, fonderie, stabilimenti di produzione di gas in rovina, infrastrutture dismesse o incompiute, gallerie, siti industriali ma anche aree agricole sfinite, ex cave,  saline, carceri, complessi portuali in disuso … Sono, sulla pelle del pianeta, le tracce di priorità e obiettivi viepiù sconfessati di un modello di sviluppo superato – o quantomeno ripensato, alla luce di nuove consapevolezze ecologiche e di convenienze, spesso soprattutto economiche, magari traslato altrove, sull’altra faccia del globo rispetto a quella presentabile del consesso dei paesi avanzati. Sono altresì, quantomeno negli esempi proposti in questo Atlante dei paesaggi riciclati a cura di Michela De Poli e Guido Incerti, Skira, pp. 267, € 33, occasioni còlte di riscrittura oltre le cancellature, testimonianze di una possibilità di ripensamento e reinvenzione del senso di luoghi costretti in una logica unilaterale di utilizzo o sfruttamento.Atlante dei paesaggi riciclati_ Vìride Andrea Di Salvo

Specialmente a partire dagli ultimi decenni, in parallelo con la sempre maggiore consapevolezza della finitezza delle risorse del pianeta e della nostra corresponsabilità nella loro gestione, si sono andati moltiplicando  diversi interventi risarcitori, di recupero di luoghi e contesti sociali compromessi dall’eccessivo sfruttamento o dal repentino venir meno di una loro ragion d’essere funzionale. Il catalogo proposto ne individua cinquantasette,  concentrati perlopiù in Europa e Nord America e distribuiti nel volume per ampiezza d’azione. Qui se ne documenta l’entità, la molteplicità di approcci interpretativi e strategie di recupero praticate, la compartecipazione di istanze, soggettività, competenze che vi convergono, il ricorrere di costanti e il ventaglio di soluzioni volta a volta prospettate. 

Vengono così recensiti obiettivi che vanno dal preservare testimonianze in nuovi profili identitari, al rinaturalizzare ambienti, recuperare paesaggi originali, rimetterne in equilibrio di nuovi, contemperando valori, interessi, funzioni, accompagnando metamorfosi nel solco di una nuova consapevolezza ambientale. Paesaggi delle acque, paesaggi coltivati, paesaggi delle arti… Con soluzioni spesso essenziali, nei segni e nei materiali, nel trattamento di volumi e superfici vegetali, si opera sui  margini, integrando ritmo, densità e trasparenze della vegetazione – la struttura spaziale definita per masse arboree nell’ex aeroporto di Monaco ora Riemer Park –, intendendo la natura come collante anche narrativo tra elementi isolati, e integrando l’arte con la sua capacità di riscrittura trasformativa; compositivamente si combina vastità degli spazi e concentrarsi di giardini tematici, addensarsi di esperienze, facilitando collegamenti con il contesto, riattivando tessuti di relazioni, raccordi tra spazi sociali, etnie; si propongono cornici da far riempire agli utenti, chiamati a interpretare funzioni pubbliche, sportive, educative, ludiche, ricreative.

Episodi a vario titolo significativi si susseguono in pagina. A partire – fatto salvo l’omaggio a progetti antesignani come l’orrido con variazioni continue di prospettive e altimetrie costrette nell’ex cava discarica dell’ottocentesco parco parigino Buttes-Chaumont; o l’intervento di ombre e luce del cimitero di Stoccolma ridelineato nel primo Novecento sull’altimetria di cava da Lewerentz e Alspund –, a partire, si diceva,  dal pionieristico recupero industriale, nei primi anni ’70, della Centrale del gas di  Seattle nel suo Gas Works Park, con l’idea rivoluzionaria, e a basso costo, di Richard Haag di ripensare quegli spazi senza cancellarne la pesante memoria, quindi senza smantellare gli incombenti ruderi industriali, ma mantenendoli in parte, riciclandoli e reincorporandoli in una rinnovata identità comunitaria. Idea, dapprima osteggiata dalla popolazione, conquistata poi al nuovo punto di vista con l’apertura al pubblico dell’ufficio di progettazione, tanto da essere spinta infine a costituirsi in associazione di cittadini nel 1995 per bloccare la paventata privatizzazione del parco. La ricognizione indaga perlopiù interventi conclusi, fino al recente Giardino sperimentale delle energie , spericolata operazione in atto con valenza didattica del paesaggista Pascal Cribier con il botanico Francis Hallé, nei pressi della centrale nucleare francese di Cattenom. Passando per l’area ferroviaria dismessa di Anversa ora Spoor Noord Park, diaframma che riarticola sentieri e quartieri, attività e relazioni, per giungere all’operazione che vede migliaia di volontari donare e piantare alberi su una discarica di rifiuti industriali nella baia di Tokyo per trasformarla – messaggio in bottiglia dalla forte valenza ambientale – in un’isola-bosco sul mare.

Atlante dei paesaggi riciclati, a cura di Michela De Poli e Guido Incerti, Skira, pp. 267, € 33, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica V, 9, Supplemento de Il Manifesto del 1°  marzo 2015

 


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