Di già in altra occasione Andrew Hornung, germanista anglosassone acclimatato per passione allo studio della cultura orticola italiana, aveva rimarcato come da noi l’approccio al giardinaggio sia prevalentemente minerale, architettonico piuttosto e poco botanico; e come tuttavia nella prima metà dell’Ottocento una serie di circostanze abbiano determinato qui un primato di cultura orticola e sperimentazione scientifica, verificatosi proprio sul terreno d’elezione dei suoi interessi di studio, che è l’ibridazione delle rose italiane. Ora Hornung dedica a questo tema assai poco indagato un volume che distilla il frutto delle sue lunghe, puntuali ricerche Le rose italiane. Una storia di passione e bellezza dall’Ottocento a oggi (Pendragon, pp. 252, € 22,00), a partire da una vera e propria prima ricomposizione sistematica di un corpus documentario disperso e frastagliato: cataloghi e manuali, registri e annotazioni degli ibridatori, genealogia di istituti, riviste, concorsi, mostre, recensioni e premi. Fissando, e basta scorrere i titoli dell’indice – cataloghi francesi e rose italiane; giardinaggio e floricoltura; ibridatori italiani della Rosa Banxiae, … –, tappe e snodi che sono già ben più che scansioni, ipotesi e proposte interpretative; ricostruendo profili di personalità (e famiglie su più generazioni) e relazioni tra protagonisti – Villoresi e Casoretti, Aicardi e i Calvino, fino ai coltivatori-ibridatori, e alla recensione delle più recenti promesse di vivaisti e amatori –; risalendo la strada spesso impervia di attribuzioni, tra derivazioni e precedenze, dipanando l’intrecciarsi e il sovrapporsi di nomenclature e varietà estinte, fino a testimoniare dell’esperienza diretta – per gli anni più recenti – di uomini e paesaggi, di vivai; integrando la documentazione con un significativo corredo fotografico e con l’avvolgente susseguirsi delle descrizioni delle varietà di rose via via ottenute, evocative delle loro caratteristiche sull’ampia tastiera di forme, colori, profumi, specificità.
Tra equanimi giudizi critici e avvincenti ricostruzioni indiziarie, Hornung mette in prospettiva e problematizza, inquadrandoli nel contesto delle vicende storiche, delle dinamiche economiche e sociali, momenti topici della storia dell’ibridazione delle rose in Italia. Dal promettente avvio (la Lombardia preunitaria dello sviluppo della botanica applicata, “culla dei primi esperimenti sistematici”) allo spostamento, con la diffusione delle comunicazioni e l’ampliarsi dei mercati, dei centri propulsivi (la Riviera di Ponente dei giardini condotti da capo giardinieri stranieri, tedeschi e francesi e del lento, progressivo sottrarsi alla supremazia della floricoltura francese), con il diversificarsi degli obiettivi dell’ibridazione, dove l’impulso indotto dal mercato dei fiori da taglio non necessariamente ha un effetto positivo (anzi) sulla sperimentazione e sull’innovazione orticolturale. Momenti di abbandono, crisi, revival, a fronte della cronica insufficienza di educazione tecnica, divulgazione, di una rete di supporto alla ricerca e allo sviluppo – malgrado l’episodio della Stazione Sperimentale di Floricoltura sanremese (anche autorità di certificazione con un suo programma di ibridazioni) –, della debolezza del mercato interno, della scarsa capacità imprenditoriale e di autopromozione, nel pubblicizzare le nuove varietà sulle riviste straniere, nell’attivare efficaci canali per la distribuzione.
E ancora, le interruzioni delle due guerre, con le politiche di dazi e la contrazione della domanda, nel mezzo gli effetti della Grande depressione e per contro i successi in America delle rose di Aicardi, l’istituzione di nuovi concorsi (roseto e premio di Roma nei primi anni Trenta, Monza 1964), la perdita dei mercati dell’Est e, con la ricostruzione, la difficoltà di confrontarsi con la rinnovata industria francese, statunitense e fin tedesca; mentre da noi persistono frammentazione e mancanza di strutture di sostegno: per gli investimenti che l’ibridazione delle rose comporta, per il riconoscimento della loro proprietà intellettuale, per favorire il loro collocamento sul mercato
Perdurano malgrado ciò la ricerca tenace, l’osservazione meticolosa, l’intelligente sperimentazione di pionieri, promotori, collezionisti e divulgatori a fronteggiare anche le più recenti tendenze di un sistema che vede il trasferimento delle coltivazioni all’estero specialmente nel terzo mondo e la pervasiva presenza di realtà di settore europee e statunitensi sempre più strutturate.
Restituita la trama di queste vicende nel quadro delle influenze straniere e delle relazioni dirette che caratterizzano e condizionano lungo questi due secoli la storia dell’ibridazione delle rose nel nostro paese – che di per sé emerge come un vero e proprio patrimonio culturale di creatività e competenze, sempre a rischio di dispersione –, resta la curiosità di collocare questa storia sullo sfondo – per grandi momenti – di quanto nel frattempo avveniva e avviene nel mondo delle rose oltre l’Italia. Per un lavoro come questo che istruendo un tema di ricerca viaggia abilmente a cavallo tra puntuale ricostruzione storica per esperti e gradevole, a tratti appassionante divulgazione scientifica di una cultura orticola di ampio respiro, in risonanza con il succedersi delle mode e la più ampia sensibilità artistica, si aspetta ora il capitolo che integri nel quadro dei contesti la dimensione “estetica”, in un’analisi per quanto possibile stilistica di predominanze e filoni dove siano distintivi gli elementi del gusto.

Andrew Hornung, Le rose italiane. Una storia di passione e bellezza dall’Ottocento a oggi, Pendragon, pp. 252, € 22,00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica V, 30, Supplemento de Il Manifesto del 26 luglio 2015


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