Se altrove è una Piccola mitologia delle piante quella che Holger Lundt propone nel suo volume Nel giardino delle Ninfe, ripercorrendo il fitto intreccio tra fiori, alberi e divinità classiche, ora, con Le rose di Cleopatra (Apeiron editore, pp. 158, € 9.90) scende tra gli uomini per raccontarci dell’infatuazione di alcuni di essi per le rispettive predilette compagnie vegetali. Qui, in diverso assortimento tra epoche distanti e contesti storici, Alessandro Magno, Cleopatra, il “rex literatissimus” Giuba II, il fondatore del regno Franco Clodoveo I, Isabella di Castiglia, il dispotico Hidetada Tokugawa shogun giapponese a cavallo del ‘600 e Napoleone Bonaparte vengono presentati in una serie di cammei che raccontano aspetti spesso meno noti della loro vicenda di personaggi illustri.Le rose di Cleopatra_Vìride Andrea Di Salvo
Brevi biografie bifronti, con corrispettivo vegetale, in una sorta di passeggiata per i giardini della storia, come recita il sottotitolo, tappa di un percorso destinato a proseguire con la traduzione, annunciata per il prossimo anno, dell’altro libretto di Lundt, I tulipani di Solimano, dove si indagano invece altri innesti e ibridazioni, da quella della sovrana egizia Hatshepsut alla ricerca dell’incenso nella leggendaria terra di Punt, alla passione appunto per i tulipani di Solimano il Magnifico, all’orticoltura presidenziale dell’americano Jefferson.
E intanto qui l’aloe e l’albero del sangue di drago sono occasione per illustrare quella sorta di spedizione naturalistica ante litteram al seguito delle campagne militari di Alessandro e la sua attenzione per quel paradiso di tesori botanici costituito dall’isola di Socotra; mentre la predilezione dei romani per le rose, importate dall’Egitto per averle disponibili fin nel cuore dell’inverno, quintessenza del lusso ma anche oggetto di censura in quanto sintomo e emblema di mollezza, viene messa in tensione tramite gli intrecci personali tra Cleopatra e Cesare e poi Marco Antonio con il rilievo di un altro bene vegetale, quel grano che sempre dall’Egitto proveniente soddisfaceva gran parte del fabbisogno alimentare di Roma.
Stando a Plinio il Vecchio, per dare il nome a un’euforbia deserticola in cui sarebbe incappato esplorando i monti dell’Atlante e che avrebbe poi studiato, Giuba II, il colto governatore della Mauretania, avrebbe tratto ispirazione dalla fisionomia del suo corpulento medico personale Euforbio; mentre l’iridato iris, giallo nella versione dell’epifania salvifica per il franco Clodoveo, diverrà fiore araldico dei francesi (e pure presente in molti altri stemmi, da quello di Firenze, ai Fugger, al Quebec).
Se per Isabella di Castiglia sarà l’interesse per l’oro bianco della canna da zucchero a dar seguito alla colonizzazione delle isole caraibiche, con annessa tratta di schiavi neri dall’Africa, ben diverso è il coinvolgimento sinestetico vegetale per la coppia Napoleone-Joséphine de Beauharnais, lei che nel suo roseto alla Malmaison ospita tutte le varietà allora note per farle poi ritrarre dall’illustratore Pierre-Joseph Redouté, lui, con la sua predilezione per i profumi e le viole che diverranno emblema politico (e il violetto il colore dei bonapartisti), così da far dire all’autore che ben avrebbero potuto essere attribuiti a Bonaparte i versi di Schiller in esergo al volume “con che gioia abbandono l’alloro insanguinato per le prime violette che marzo fiorisce”.

Holger Lundt, Le rose di Cleopatra. Passeggiata per i giardini della storia, Apeiron editore, pp. 158, € 9.90, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica VI, 1, Supplemento de Il Manifesto del 3 gennaio 2016


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