Tornare al giardino è l’esito condensato in un essenziale trattatello tascabile delle riflessioni che da tempo Marco Martella svolge sul giardino come luogo di ricongiungimento, occasione e tramite di ricomposizione con una natura non ancora del tutto desacralizzata, dove ritrovare in un sentire primigenio che è fondamentalmente poetico un’appartenenza, il nostro stupore di fanciulli, il turbamento di innamorati (Ponte alle Grazie pp. 62, € 9.00). In questo suo disporsi sul terreno poietico s’avverte un procedere del pensiero che, come in una sorta di mandala, ci avvolge per ricorsivi cerchi concentrici.   Tornare al giardino Marco MartellaCome già  nelle sue altre esplorazioni: dalla fucina della rivista Jardins con titoli monografici come genius loci, re-incanto, tempo, ombra, cura, soglia , all’invenzione, nel ben congegnato meccanismo narrativo del “volumetto ritrovato”, di quel Giardino perduto circolato clandestinamente in poche migliaia di copie dal 1912, così ricco di inattuali, anticipatrici considerazioni e però inesistente come l’autore, Jorn de Précy , per proseguire poi nel viaggio iniziatico per Giardini in tempo di guerra narrato da un altro eteronimo autore della rivista cui Martella presta la voce, il poeta e critico bosniaco Teodor Cerić (sempre per Ponte alle Grazie).
Un procedere per domande continue, per ossimori e paradossi e che tende ora a raffinare tutto ciò nella forma breve della trattatistica che, se oggi nella sua scansione dei tre capitoli, luogo/natura morta/giardino, ci invita prima di tutto a saper cogliere il rilievo dei primi, è nel giardino che vede l’opportunità del ritorno, là dove incalzare, oltre il termine medio, il nodo di quest’appartenenza perduta.
È il cerchio del giardino, ma con vizio centrifugo, microcosmo che escludendo accoglie quanto c’è di meglio. E così Martella suggerisce come l’unica risposta possibile alla questione che ci pone l’ecologia, su come riconsiderare il nostro posto nel cosmo, consisterebbe nel recuperare quella capacità di abitare poeticamente la Terra di cui parla Hölderlin (per quanto in relazione dialettica con l’agire meritevole), capacità che abbiamo perduta pensando di farcene «padroni e possessori».
Senso di appartenenza che è tuttavia necessariamente anche separatezza: che sempre oscilla e si dibatte tra la consapevolezza di essere parte di un qualcosa che ci trascende e la coscienza del fatto che possiamo darci conto di questa appartenenza, inevitabilmente soltanto a partire da noi, dalla nostra soggettività. Dai nostri sensi, dal linguaggio. Ma allora, acquisito ormai quanto la polarità natura-cultura prenda culturalmente forma diversa nei diversi contesti, occorre forse piuttosto che rincorrere nostalgiche ricomposizioni che non ci corrisponderebbero comunque, ricercare oggi una nuova consapevolezza antropologica delle forme dei nostri rapporti con la natura e quindi con noi stessi e i nostri desideri e bisogni.
Anche riattivando un dialogo, … tramite il giardino.
D’altro canto, è lo stesso Martella a precisare: “E cosa vuol dire abitare poeticamente se non rispondere con creatività alla creatività costante della vita; accettare il mistero dell’esistenza non come limite ma come apertura, come promessa; riscoprire il nostro appartenere al mondo, al visibile e all’invisibile, e il nostro essere radicati nel suolo, anche se con la testa tra le nuvole, non molto diversamente dagli alberi”.

Marco Martella, Tornare al giardino, Ponte alle Grazie pp. 62, € 9.00, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica VI, 19, Supplemento de Il Manifesto dell’8 maggio 2016


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