C’è un paesaggio fragile, dimenticato, sospeso ai margini delle geografie preminenti. Spesso invisibile, in ombra. Il paesaggio liminare della montagna, quello dei confini delle frontiere, dei borghi sospesi e abbandonati, di un abitare imperfetto. E c’è un pensiero della differenza, che proprio riconsiderando le figure chiave di margine, confine, limite, restituisce il racconto di questa geografia dello scarto e ne evidenza il rilievo, qualificando produttivamente un sentire dei luoghi capace di un uso ecologico della memoria e dove il paesaggio sia occasione di ricomposizione progettuale, di una complicità dinamica tra territori, memoria, identità.
Il paesaggio fragile che, passo a passo ri-nominandolo, Antonella Tarpino ci propone nel suo volume (sottotitolo L’Italia vista dai margini, Einaudi, pp. 200, € 17.50) di tutto ciò evoca le trame, inseguendone orme ed echi su crinali e faglie, dove si increspano relazioni, spazi e memorie.paesaggio fragile Tarpino DI Salvo Andrea Vìride
Variamente ricalcando geografie concorrenti, contro la riduzione cartesiana dell’unilaterale “ragione cartografica”, contemperata con lo sguardo della lunga durata e l’abilità di incrociare le suggestioni della microstoria, con felici andirivieni e passaggi di scala, la Rampino denuncia una crisi radicale nella pratica dei luoghi e, restituendo la memoria profonda di questi paesaggi liminari e di chi li abita, al tempo stesso ridisegna il senso di questo mondo parallelo. Con scrittura rabdomante, nella ricchezza di suggestioni e fonti convocate, che sovente svisa registro ora attingendo alla letteratura e alla memorialistica – dai versi di Andrea Zanzotto ai romanzi di paesaggio di Biamonti, da Caproni a Nico Orengo, a Magris, a Rigoni Stern –, ora passando per le immagini delle macchine visive dei polittici di Hans Clemer, per il controcampo di Pellizza da Volpedo, per l’ossessione per la Sainte-Victoire di Cézanne.
Procedendo lungo i crinali delle Alpi Marittime intesi piuttosto come cerniere, innesco di scambi. Con gli eretici in fuga, i montanari che si fanno acciugai per smerciare in pianura barili di pesce sotto sale, e sotto le acciughe il sale di contrabbando, i commercianti di capelli per confezionar parrucche. Dalle sommità dove la neve detta le forme delle case-villaggio a tetto unico; dai paesi ammassati verticalmente … sul vuoto, agli ulivi “a perdiocchio” dell’estremo Ponente ligure. Lungo gli antichi sentieri a mezzacosta della pastorizia transumante e sulle vie dei mulattieri, con i loro canti a seguire, la secolare onda musicale di pifferai, danzatori, orsanti, librai ambulanti. Lungo i confini immateriali della fede, nelle ritualità itineranti di rogazioni, processioni, falò. Lungo i paesaggi delle vie dell’epopea del sale fino alle case di terra rossa …

Procedendo sul versante – fragile – della presa in conto anche di questi paesaggi come corpi viventi, organismi.
In una sorta di ritorno, non nostalgico, piuttosto eversivo, arricchito di nuove consapevolezze. Quelle di un sapere condiviso, una visione del mondo, una memoria in divenire, rivisitata però, con i criteri del presente, dal progetto del futuro. Un paesaggio dove nuovamente sapersi dire, senza dover farsi raccontare da altri.

Antonella Tarpino, Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini, Einaudi, p. 200, € 17.50, recensito da Andrea Di Salvo su Alias della Domenica VII, 10, Supplemento de Il Manifesto del 12 marzo 2017


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