- Cacciatori di piante

Prefazione di Andrea Di Salvo alla riedizione italiana di Michael Tyler Whittle    I cacciatori di piante. Delle avventure di piante, botanici ed esploratori che hanno arricchito i nostri giardini, pp. 328, €18, DeriveApprodi 2015

copertin I cacciatori di pianteDell’irrimediabile nostalgia dell’ossessione di cacciare piante

Se, a voler guardare le cose dal punto di vista delle prede, venir sottratte al proprio habitat, spesso brutalmente ad opera dei cacciatori di piante che intitolano questo volume, per poi finire all’altro capo del mondo, non deve necessariamente essere stato un piacere, a ben vedere non si è trattato nemmeno di un’inedita disdetta. Da sempre le piante si muovono per moltiplicare attraverso le più differenti strategie il raggio d’azione del loro spazio e le opportunità di vita, usando per diffondere la discendenza i più diversi vettori: il vento, il mare sul quale navigano di isola in isola le noci di cocco, gli animali, … l’uomo.

Raccoglitore nomade, poi orticultore e infine, come in questo caso, cacciatore …dedicato.

L’aspirazione a ricomporre una cartografia dei tragitti percorsi dalle piante predate, un atlante delle migrazioni indotte dal nostro insopprimibile desiderio di appropriarcene[1], la curiosità di risalirne l’origine geografico-climatica nella cronologia spesso incrociata delle loro nuove introduzioni – una fitocronologia tutta eurocentrica[2] – sono testimoniate dal successo della folta messe di libri che raccontano le spericolate vicende (nelle quali – ben saldi in poltrona – capita facilmente di immedesimarsi, come in un romanzo d’avventure alla Salgàri) vissute dai protagonisti responsabili di queste trasmigrazioni vegetali, tutti a vario titolo vittime di quella particolare forma di ossessione che è il cacciare piante[3].

E in questo senso, della curiosità sempre attuale della ricomposizione di quelle storie, dei loro protagonisti umani e vegetali, vale oggi ripubblicare questo testo del 1970 su I cacciatori di piante di Tyler Whittle, testo tradotto poi dieci anni dopo in italiano nell’allora anticipatrice collana di libri sulla natura L’Ornitorinco diretta da Ippolito Pizzetti.

Un testo ormai introvabile, importante per l’intrigante scrittura narrativa che lo pervade e per l’ampiezza dell’impianto. Che, in una lunga premessa al cuore del volume, muove dai primordi delle spedizioni alla ricerca dell’incenso nell’antico Egitto di Hatsheput, fino a concludersi con il moderno collezionismo botanico di primo novecento dell’esploratore girovago Frank Kingdon-Ward e di George Forrest, cacciatore sistematico, specializzato in rododendri, solitario ma abile nell’organizzare il lavoro di raccolta. Per concentrarsi, com’è evidente, perlopiù sulla fase che dal 600 all’800 vede, con i grandi viaggi di esplorazione, dilatarsi ben al di là del giardino di casa anche gli orizzonti dell’indagine botanica.

Ripercorrendo questi snodi sul filo della vicenda dei cacciatori di piante, si profila sullo sfondo il convergere di metodo sperimentale e tecniche per registrare le osservazioni in modo scientifico, nel segno di una rinnovata esigenza di mettere ordine nella natura delle cose, catalogandole. Assieme, la proposta di classificazione generale del mondo tramite la nomenclatura binomia di Linneo; il ruolo degli erbari come strumenti scientifici vista anche la difficoltà di far giungere vive a destinazione le piante inviate da luoghi remoti (almeno fin quando si navigava a vela e fino quando non saranno brevettate le cassette wardiane, sorta di miniserre che consentiranno di mantenere nei lunghi viaggi condizioni utili alla sopravvivenza); l’importanza della stampa per la diffusione della conoscenza botanica e quella del disegno nella documentazione delle piante; il circolare dei resoconti di viaggio e delle esplorazioni scientifiche che diventano genere di successo e finiscono talvolta per concorrere a finanziare le spedizioni, e dove la scrittura tradisce l’emozione del cambio di scena da oggetto di analisi di laboratorio a contesto, paesaggio che merita essere considerato; il ruolo propulsivo svolto nella raccolta e nella documentazione delle piante da istituti come la Royal Horticoltural Society che invierà nel mondo suoi cacciatori di piante con un’attenzione specifica anche alle ricadute economiche della diffusione dei “nuovi” vegetali.

Sullo sfondo dell’andirivieni delle vicende dei cacciatori di piante restano poi il contesto storico e geopolitico, la dimensione sociale e antropologica e, spesso trascurato, l’intreccio di interessi economici e politici coloniali. Nella dimensione storica dei conflitti fra stati e i loro domini d’oltremare, nel principio di espansione nel Nord America dell’Unione verso Ovest e nella strumentalizzazione delle rivolte in Estremo Oriente, nella definizione della geografia delle terre ignote, nell’apertura verso gli universi fino ad allora pressoché inaccessibili di Cina e Giappone; nel farsi e disfarsi del disegno dei confini degli stati e tra stati dove spesso i nostri raccoglitori si fanno cartografi (è il caso dell’Australia ma anche del Canada e del Tibet e dell’India del nord – talvolta anche inconsapevolmente piegati a scopi militari); nella dimensione della scoperta dell’altro con cui almeno occorre collaborare per avere indicazioni sulle piante e in quella della scoperta degli habitat che le ospitano, intrasportabili, loro sì, nella temperata madrepatria.

Il rincorrersi di date e luoghi delle storie dei cacciatori, delle loro singolari biografie, prevale nel testo di Whittle sul disegno complessivo, anche quando l’autore raddoppia, spesso con ironia e finanche auto ironia – certo quella dei suoi anni e della sua cultura – la distanza antropologica dai tempi e dagli uomini di cui racconta[4]. E allora, mentre racconta della ricerca di piante nel paese dei crisantemi, l’impenetrabile, almeno fino al 1859, Giappone dove a lungo si sarà costretti a inseguirle limitandosi al tramite di venditori ambulanti e vivai e a rovistare nei giardini di templi, case private, taverne, Tyler Whittle si lascia andare a un commento sempre attuale sottolineando come «un’altra spinta potente all’apertura delle frontiere giapponesi fu quella particolare fissazione occidentale di voler a tutti i costi migliorare il prossimo. C’era da restare senza fiato di fronte alla sfacciataggine con cui il Vecchio e il Nuovo Mondo presumevano di poter interferire a loro piacere negli affari di un paese altamente civilizzato come il Giappone».

Altrove, sempre con un qual certo infastidito distacco, la realtà della grande storia viene evocata per significare come, proporzionalmente, non si prestasse certo particolare attenzione ai segnalati importanti mutamenti nel “modo di cacciare le piante” negli ultimi 15 anni dell’800 (quando si andava consolidando un approccio più scientifico nella raccolta che prevedeva di procedere in maniera sistematica sul territorio) «mentre … il vecchio mondo minacciava di saltare in aria. Le decrepite monarchie d’Europa erano sul punto di esalare l’ultimo respiro. E lo stesso era per i manciù, la dinastia che sedeva in Cina sul Trono del dragone, benché forse non se ne rendessero conto», con riferimento alla rivolta dei Taiping…

E, ancora, a proposito di uno dei suoi cacciatori prediletti, Joseph Hooker, che viaggiò dall’Antartico (sua la Flora Anctartica) al nord dell’India e in Tibet (ridisegnandone i confini), non manca di riconoscere come nel resoconto dei suoi viaggi raccolto nel volume Himalayan Journals questi riveli «in pieno l’atteggiamento di sciovinismo stizzoso e di arroganza tipici dell’uomo vittoriano all’estero, il cui ricordo ancor oggi imbarazza i più sensibili, infuria i democratici, gonfia di rimpianto i cuori dei nostalgici, e fa sogghignare i più cinici. Le generalizzazioni di Hooker erano squisite piccole miniature della hauteur vittoriana». Per aggiungere che però quello stesso testo confermava che in India Hooker «stava riuscendo a verificare, sulla base di osservazioni costanti, le sue teorie sulla distribuzione delle piante».

Non per nulla, Whittle annovera più volte tra le qualità peculiari, ricorrenti, dei suoi beniamini «la normale indifferenza dei cacciatori di piante alle circostanze esterne». Una disattenzione congenita per quanto vada oltre l’oggetto principe della loro passione – che l’autore pare a tratti condividere.
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Sono diversi i modelli e le tipologie umane di cacciatori di piante che si incontrano nelle varie fasi narrate nel libro. E vanno oltre la distinzione fondamentale, pure spesso sfumata, tra naturalisti interessati alle flore locali e professionisti del giardino orientati dal proprio intuito a inseguire le piante che meglio sarebbero state accolte sul mercato europeo. Ai botanici al seguito dei grandi viaggi di esplorazione, e ai raccoglitori inviati poi per scopi di ricerca dalle istituzioni scientifiche, si vanno affiancando gli emissari dei vivai. Come i fratelli Lobb che per conto del vivaio Veitch di Exeter furono spediti uno in Sudamerica, William, mentre il più giovane, Thomas finiva a cacciare orchidee a Giava. Ciò mentre alcuni raccoglitori indipendenti riuscivano a finanziarsi aggregando le quote di piccoli gruppi di facoltosi acquirenti cui inviavano via via le piante scoperte, un esemplare per ciascuno. E talvolta, la vendita di una sola pianta poteva coprire le spese di un’intera spedizione

Socievoli o scorbutici, dilettanti entusiasti o professionisti ben equipaggiati, in spedizioni organizzate o come viaggiatori solitari, missionari botanici votati talvolta piuttosto a «raccogliere piante che anime», funzionari d’ambasciata e “commissari onorari”, cacciatori in uniforme, in gran parte russi, cercatori istituzionali, studiosi di piante economiche che lavoravano per conto di orti botanici o per dipartimenti governativi.

Fino agli avventurieri attirati da importanti guadagni, che talvolta finivano impiegati dai vivaisti specializzati in piante dell’Estremo Oriente (in particolare, orchidee): «spietati e crudeli come i negrieri e i cacciatori di perle». Non diversamente dal precursore, in quel caso pirata, William Dampier, il prototipo vivente di molti ‘cattivi’ dei romanzi, collezionista di piante in seconda battuta e considerato un’autorità in materia di flora tropicale ed esotica, nonché autore del famoso resoconto A New Voyage Round the World.

Son tutti uomini: di donne non si parla se non per il caso dell’assistente di Philibert de Commerson durante il viaggio di cirmumnavigazione con Louis Antoine de Bougainville, quando si scoprì essersi travestita in abiti maschili; mentre non viene considerata Marianne North, cacciatrice di piante aristocratica, pittrice con una sensibilità da ecologa ante litteram, cui si deve la preziosa documentazione raccolta nel corso dei suoi viaggi: 832 dipinti che illustrano più di 900 tipi di piante e fiori ritratti nel loro contesto naturale, conservati in un padiglione nei Kew Gardens di Londra[5].

Sono tutti uomini che, pure tra loro così diversi per estrazione sociale e bagaglio culturale, sono accomunati da lunghi anni di difficoltosi viaggi e esplorazioni. E ne dà conto l’enumerazione dei mezzi di trasporto (dalle zattere alle diligenze, dai barconi da canale tirati da cavalli e vaporetti con ruote a pale fino alle carriole «che erano la principale forma di trasporto» durante la spedizione di Farrer nel Kansu) e dei pericoli continuamente corsi (animali, briganti, valanghe, fragili ponti di corde sospesi su strapiombi, …).

Mossi tuttavia da una predisposizione naturale e da una enorme passione che frequentemente sconfina nell’ossessione maniacale, condizionando esistenze ed affetti.

Un buon numero di essi sono di umili origini, autodidatti che diventano negli anni grandi esperti. Alcuni, tra i maggiori esperti delle rispettive branche e, come sottolinea l’autore a proposito di David Douglas, «abbiamo già avuto modo di notare come il mutamento di sorte dei botanici – da situazioni umili e disagiate alla conquista di fama e successo – assomigli spesso a un racconto di fate».

Certo si incontrano anche figure di benestanti, come lo sfrenato collezionista Philibert de Commerson, una sorta di irriducibile gazza ladra, purtuttavia eletto all’unanimità membro dell’Accademia di Francia, anche se assente dall’assemblea (circostanza speciale mai prima verificatasi, e d’altra parte nel suo caso impossibile essendo morto otto giorni prima, ma in Madagascar, senza che quindi fosse già nota la notizia del suo decesso). Appassionati ricchi e potenti: grandi elettori delle neonate società scientifiche come Joseph Banks, cui si deve tra l’altro l’introduzione della flora australiana o studiosi come quel Joseph Hooker presidente della Royal Society e tanto grande esperto da essere considerato da Darwin «come la prima autorità in questo argomento, che io considero quasi la chiave di volta delle leggi della Creazione: la distribuzione geografica di tutto ciò che vive».

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Favorita dalla rivoluzione del sistema di trasporto delle piante e dalla diffusione di vivai specializzati in specie esotiche che a fronte della domanda dei collezionisti si strutturano in vere e proprie imprese, la grande disponibilità di nuove piante provenienti dai quattro lati del mondo – dalle magnolie alle querce introdotte con la prima conquista delle colonie orientali del Nord America[6], agli esemplari che venivano spediti in Europa via via che venivano raggiunti quei Confini del mondo dei quali si conosceva l’esistenza e poco più, dal Messico alla Patagonia, all’India, all’Australia[7], poi, con la loro progressiva apertura  da Cina e Giappone – contribuisce a determinare una nuova consapevolezza orticola, complice anche il precisarsi di un procedere sistematico nella collezione delle piante.

L’attitudine classificatoria e lo strutturarsi scientifico delle conoscenze e delle tecniche, degli aspetti pratici del giardinaggio, si sommano a esigenze commerciali. Dove l’attenzione per le caratteristiche dell’habitat di provenienza risulta funzionale al tentativo di acclimatare con qualche speranza di successo le piante in condizioni diverse, e … di poterle poi vendere.

Una nuova attenzione dunque per i nuovi soggetti vegetali, le nuove varietà, per quelle esotiche da serra, ma anche, a investire la larga scala del paesaggio, per conifere e caducifoglie provenienti dal Nord America con le loro inedite colorazioni autunnali, arbusti da bacca o a fioritura precoce; un’attenzione che riserva uno sguardo nuovo anche per le singole piante, in sé, per la loro forma “naturale” e le loro particolarità: portamento e struttura degli alberi, texture di cortecce, cromatismi del fogliame… , dove queste forme e motivi del verde ispireranno a ricreare il giardino proprio a partire dalle caratteristiche stesse degli elementi naturali.

Una consapevolezza e uno sguardo che andranno ad innestarsi nel processo estetico che, rompendo gli schemi formali, va privilegiando l’idea di giardino di stile inglese e la tendenza al rispetto di una naturalità dei luoghi, pur spesso romantica e idealizzata[8].

Ben al di là dell’ “esotismo” che l’incontro con l’altro determina anche in tante altre sfere del gusto (dagli arredi all’architettura e anche nei giardini: ad esempio nelle pagode e nei padiglioni di stile orientale, come quelli dei giardini botanici di Londra, i famosi Kew Gardens), indubbio è dunque il merito (la corresponsabilità) dei nostri cacciatori nel modificarsi del paesaggio e dei modi e del gusto del considerarlo.

L’accelerazione del processo migratorio delle piante “predate” induce nei giardini e nei parchi d’Europa nuove mode ornamentali, modificando paesaggi, ma anche creando nuove opportunità di sfruttamento nel campo dell’industria del legname[9] o della farmacopea[10], per non parlare del contrabbando dalla Cina dei semi e delle conoscenze per la lavorazione del tè[11].

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La nuova estetica si va precisando con l’emergere di nuovi pubblici. Whittle fissa fin dall’ordinamento in capitoli del volume chiare cesure. Dal periodo dei collezionisti delle aranciere al più diffuso interesse botanico e giardiniero nella ricca società vittoriana. Testimoniato dall’amore per le piante esotiche, presto così alla moda tanto da diventare oggetto di distinzione del gusto e dello status di chi poteva permetterselo, in particolare le orchidee e le carnivore, e dal diffondersi della passione per le serre nelle grandi case e nelle ville borghesi – passione che viaggia sull’onda della realizzazione della Serra delle Palme di Decimus Burton a Kew e dell’enorme padiglione in vetro, il Crystal Palace per l’Esposizione Universale del 1851, favorita tra l’altro dall’abolizione della tassa sul vetro nel 1845.

E ciò almeno fin quando, per ragioni di gusto, ma anche per il sempre maggior costo di vetro, riscaldamento e manodopera, si determinerà in tarda età vittoriana Una rivoluzione nel giardinaggio occidentale (come suona con una qual certa ironia un titolo di capitolo): per un nuovo pubblico le cui finanze consentivano solo la coltivazione di piante rustiche e semi-rustiche, e «il cui profeta fu un irascibile irlandese di nome William Robinson, destinato con l’aiuto di Gertrude Jekyll a rivoluzionare lo stile del giardinaggio occidentale [e che]   – come sottolinea Whittle – avrebbe da allora tiranneggiato i giardinieri di due continenti[12] e dato grande popolarità proprio a quel genere di alberi rustici e semi-rustici, di arbusti e di piante perenni che dovevano trovarsi in grande abbondanza e varietà nelle valli e gole frastagliate della Cina occidentale, sotto le cime candide delle sue grandi montagne».

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Lì, o dovunque analoghe ambìte prede venissero scovate dai nostri indefessi cacciatori che, salvo nei casi dei più cinici mercanti, sempre nei loro resoconti di viaggio tradiscono entusiasti la natura della propria passione.

Che sia, come nel caso di Fortune, per i crisantemi raffigurati «con petali che sembrano lunghi e folti capelli, di colore rosso con punte di giallo alle estremità» o, nel racconto di come la Buddleia alternifolia ondeggia «sulle colline di Löss come un grazioso salice piangente dalle piccole foglie quando non è in fiore, e come una purissima cascata di porpora all’epoca della fioritura», per la penna di Farrel che ci dà conto di come soltanto la lettura della pianta nel suo habitat naturale possa restituire appieno la completezza della visione[13].

Una consapevolezza foriera di irrimediabile nostalgia, tanto che quando John Gibson, uno dei più esperti viaggiatori in Oriente, utilizzando quelle cycas, palme, felci arboree, banani e aralie che aveva spedito a Londra, progettò al suo ritorno il Battersea Park con l’obiettivo di ricostruire, per la curiosità dei suoi concittadini, quel che aveva ammirato nei Tropici orientali, si rese presto conto che, pur suscitando stupita meraviglia, il risultato non era ai suoi occhi che “una pallida imitazione: un fantasma, e niente di più, delle stillanti e intricate foreste di giada, smaltate di colori, che aveva potuto ammirare per la prima volta in Bengala e in Assam”.

Nostalgia irrimediabile, quella che ancora ci spinge a rileggere, per restare con loro, le avventure delle piante e dei cacciatori, irrimediabile nostalgia di quell’evocato altrove, di quell’universo altro di presenze vegetali di inedite dimensioni, forme, proporzioni, colori, fragranze, che da secoli ci ostiniamo a voler possedere e replicare presso di noi, a ricomporre in una permanente globalizzazione ante litteram, un meticciato che però già da tempo, spesso inconsapevolmente, vive nei nostri giardini e nel paesaggio, non soltanto vegetale, e che ci appare così familiare.

Autoctono si direbbe, ormai, a patto di poter dire – con il conforto dei nostri forsennati cacciatori –  … da quando[14]?


[1] Si veda ad esempio John Grimshaw, The Gardener’s Atlas. The origins, discovery, and cultivation of the world’s most popular garden plants, Firefly Books, London 2002.

[2] Per l’Italia,  Federico Maniero, Cronologia della flora esotica italiana, Leo S. Olschki, Firenze 2015.

[3] Sull’argomento tra gli altri, Alice M. Coats, The Plant Hunters: Being a History of the Horticultural Pioneers, Their Quests and Their Discoveries from the Renaissance to the Twentieth Century, McGraw-Hill Book, New York 1970; Toby Musgrave, Chris Gardner, Will Musgrave, The Plant Hunters, Orion Publishing Group, London 1999; Carolyn Fry, The Plant Hunters, Carlton Publishing Group, London 2009; John and Mary Gribbin, Flowers Hunter, Oxford University Press, London 2008, tra. it. Cacciatori di piante, Raffaello Cortina, Milano 2009; Andrea Wulf, The Brother Gardeners: Botany, Empire and the Birth of an Obsession, Heinemann, London 2008, trad. it. La confraternita dei giardinieri, Ponte alle Grazie Salani , Milano 2011.

Per i cacciatori d’oggi, si veda Bobby J. Ward,The Plant Hunter’s Garden. The New Explorers and Their Discoveries, Timberpress, Portland 2004 e in una variante nostrana, Lucilla Zanazzi, Uomini e piante. Le passioni dei collezionisti del verde, Deriveapprodi, Roma 2013. Per un’indagine davvero settoriale sulla salute duramente messa alla prova dei nostri cacciatori, cfr. A.M. Martin, The Perils of Plant Collecting (http://www.evolve360.co.uk/Data/10/Docs/16/16Martin.pdf)

[4] Per altro verso, fin dalle prime pagine della sua opera, e poi dovunque con il suo stile delicato e pungente, Whittle stigmatizza l’intervento di tanti schifiltosi «curatori» vittoriani dei diari di cacciatori di piante.

[5] Ne trattano distesamente nel capitolo lei dedicato i Gribbin nel loro Cacciatori di piante, cit.

[6] Di Baltram e poi  Douglas.

[7] Di Banks con Cook e poi George Caley.

[8] Per un inquadramento generale si può utilmente vedere Franco Panzini, Progettare la natura. Architetture del paesaggio e dei giardini dalle origini all’epoca contemporanea, Zanichelli, Milano 2005.

[9] Le conifere pregiate e a crescita rapida del Nord America.

[10] Il chinino dalla corteccia di Cinchoa dell’Equador.

[11] E dell’infelice idea di Joseph Banks di introdurre l’albero del pane nelle Indie occidentali per ricavarne a buon mercato cibo per gli schiavi, con relativo ammutinamento del Bounty.

[12] Il cenno al dibattito tra il teorico dello stile naturale, William Robinson, e quello formale sostenuto da Reginald Blomfield con il suo Il giardino Formale in Inghilterra (1892) non è che un capitolo del pervasivo diffondersi in Inghilterra di una passione nazionale per il giardinaggio un po’in tutti gli strati sociali.

[13] E ancora una volta il nostro Whittle non sfugge al gioco di cimentarsi con i suoi cacciatori, ad esempio nella sua descrizione (che qui si legge nel risvolto di copertina) della meraviglia che suscita in Gibson l’attraversamento del Bengala orientale e della valle del Brahmaputra: “Dove invece la natura era più lussureggiante Gibson si trovò di fronte a una densità straordinaria: masse compatte di felci e muschi, licheni e funghi, bambù giganteschi, alti trenta metri e anche più, svettanti come campanili di chiesa; alberi che sembravano navi, con vele e stragli di piante rampicanti, e grandi epifite sfolgoranti qua e là dai tronchi e dai rami; una natura così tumida e palpitante che nei rari momenti di silenzio, in cui per un attimo si interrompevano gli squittii, i lamenti, gli strilli, insomma le mille voci della foresta, sembrava quasi di sentire, impercettibilmente, crescere le piante, maturare e gonfiarsi le cellule di quella ricca vegetazione”.

[14] Per una prospettiva affatto diversa, quella proposta da una lettura antropologica che muove in relazione a una  natura culturalmente coltivata, si vedano l’indagine ad ampio raggio avviata da Jack Goody, La cultura dei fiori. Le tradizioni, i linguaggi, i significati dall’Estremo Oriente al mondo occidentale, Cambridge University Press, Einadi Torino 1993, e i lavori di Philippe Descola, in particolare,  Par-delà nature et culture, Gallimard, Paris 2005 e del quale ora è tradotto in italiano L’ecologia degli altri. L’antropologia e la questione della natura, Linaria, Roma 2013; più in particolare sui temi dell’esotismo, Jean-Michel Groult, Pour un nouvel exotisme au jardin, ActeSud, Paris 2013.