- Il paesaggio come sfida. 3-4 marzo 2016. Università la Sapienza, Facoltà di architettura, Aula Magna di Piazza Borghese

Presagi di paesaggio in atto

Un doppio paradosso sembra oggi investire il destino attuativo del concetto di paesaggio. Che nell’affollamento di pareri e veti incrociati che ne investono il ruolo, o per ipertrofia di aspettative di supplenza in esso riposte rischia, aspettando Godot, di marcare a vuoto il passo e di ridursi a immobile autocontemplazione. O di funzionare, invece, da nave corsara, concorrendo nel mentre a disegnare inedite cartografie di presumibili paesaggi in corsa.

Se nella lunga durata dei tempi delle società ancien régime il paesaggio è stato letto nelle sue stratigrafie in palinsesto come l’esito più evidente dell’assetto e del tipo di comunità che lo ha generato, oggi, ribaltandosi il gioco, si può ben dire che, con i tempi sincopati della post-modernità, tocca al paesaggio farsi catalizzatore delle nostre aspirazioni (a tutt’oggi frustrate) a produrre un’idea di società che non siamo più in grado di formulare, una volta venuti meno i modelli riassuntivi del 900 e di fronte alle disfunzioni del neocapitalismo globalizzato di stampo finanziario (che usiamo peraltro come totalizzante spiegazione-foglia-di-fico dell’incapacità di gestire un grado di complessità che, non sapendo ripensare consunte categorie interpretative, ci eccede).

L’evidenza di un paesaggio da considerarsi nel suo continuo trasformarsi, esito in divenire di molteplici relazioni ricombinate (variabili naturali, culture materiali, proiezioni mentali) e perciò a noi contemporaneo, che tutti ci riguarda in una dimensione operativa dove reinterpretare creativamente il lascito ricevuto, facendo sintesi delle sue molte anime e valenze e aggiungendovi il segno, il protagonismo, delle nostre tante – spesso contraddittorie – attualità, permane quindi perciò stretta, da un lato dall’indeterminatezza di un concetto omnibus caricato nei più diversi contesti di molti, troppi sensi disparati, termine ombrello sempre più spesso tirato in ballo con maggiore, minore o nessuna pertinenza; chiamato, in mancanza di meglio o in ragione di una sua qualche efficacia interpretativa come modello cognitivo di grande attualità[1] a coprire l’assenza di un pensiero propositivo che in primis apparterrebbe alla sfera della politica, nel senso nobile del termine; e dall’altro lato da un’attitudine tutta conservativa che pretende di fissarne presunti caratteri distintivi eletti a rappresentarne modelli, volta a volta identificati come autentici, autoctoni, storici, … ipostatizzandoli come presidii di una preservazione impraticabile (e poco auspicabile se a sé medesima ridotta).

Di fronte al rischio bifronte dell’indeterminatezza del tutto risolvere … a patto che … (insito nel ruolo di supplenza metaforica di un paesaggio come modello di società cui tendere) o invece del nulla fare (per non peggiorare quanto di dannoso ulteriormente potrebbe accadere, specialmente in questo nostro paese di troppe regole e ancor più numerose disinvolture) o al più del procedere per sopperire alle emergenze che si producono in assenza di ogni visione pianificata, le migliori menti suggeriscono di collazionare quanto di buono è potuto comunque fin qui succedere[2]:

In attesa di riconsiderare priorità e obiettivi del modello di sviluppo improntato alla crescita perpetua e all’equivalenza equivoca ricchezza-benessere e a fronte della sempre maggiore consapevolezza diffusa della finitezza del pianeta e delle nostre corresponsabilità, si procede intanto per sintesi di buone pratiche, volte a promuovere l’uso sostenibile delle risorse, la salvaguardia delle biodiversità e operazioni di restituzione, interventi risarcitori, di recupero di luoghi e contesti sociali compromessi dall’eccessivo sfruttamento o dal repentino venir meno di una loro ragion d’essere funzionale. Con una particolare attenzione al diversificarsi di forme di connessioni, anche esteticamente produttive, tra(verso) ambiti variamente periurbani, alla molteplicità di sensibilità singolari e aspirazioni collettive che spesso a partire dalla nozione grimaldello di beni comuni si attivano nelle pratiche partecipative di riappropriazione dello spazio pubblico; al rilievo strategico che il propagarsi dell’esercizio diffuso di giardinaggio assume nelle costellazioni urbane, con l’effetto domino di trasporre dall’individuo alla collettività un esercizio ecologico di attenzione e salvaguardia ambientale e con quanto ciò vale su scala globale, visto anche il diffondersi dei processi di concentrazione metropolitana[3].

Se queste buone pratiche costituiscono fin d’ora un bagaglio operativo dove attingere suggestioni, sguardi, temi, opportunità, esse si sbilanciano già nel segno della sperimentazione, presupponendo di porre interrogativi che siano diagnosi e “presunzioni progettuali”. Con l’ardire di candidare ipotesi, enunciare poetiche, indicazioni a procedere in dialettica serrata con altri pareri, idee, processi partecipativi. Nella convinzione che una rinnovata consapevolezza condivisa del valore del paesaggio da parte delle comunità dei luoghi sia premessa di una civile assunzione di responsabilità[4]; facendo leva piuttosto sull’intervento e coinvolgimento diretto e continuativo degli individui e sul coordinamento localmente decentrato che non sull’attesa di pianificazioni normative cadute dall’alto e di politiche istituzionali perennemente in ritardo[5].

Attorno all’urgenza di perseguire obiettivi specifici, alle ragioni di un prioritario operare pratico, si aggrega così l’innesco di un circuito virtuoso qualificato dall’intreccio di una dimensione a un tempo etica ed estetica (riconoscimento di valore, presa di coscienza, di identità, parola, decisione da parte di tutti i protagonisti compartecipi) che per funzionare implica però una cultura condivisa, dove convergono sì indagini di diversi saperi ultradisciplinari e, nel confronto delle esperienze, gli esiti dei rispettivi processi conoscitivi di osservazione, definizione, analisi e quindi restituzione[6].

Ma dove soprattutto conta quella sensibilità diffusa, fatta di consapevolezza e responsabilità, di educazione al bello e affinamento del gusto. Quella cultura, anche formalizzata – esito di faticosi, spesso misconosciuti, processi carsici di formazione e divulgazione, a vari livelli e per vari tramiti[7] –, dove le questioni della sostenibilità e della bellezza (parola chiave che ha a che fare con il senso estetico, ma anche, culturalmente, con il ben-essere delle comunità, quello reale e quello cui aspirare) sono intrecciate; dove è il paesaggio vissuto a rivestire un ruolo fondativo nella definizione di una diversa qualità della vita.

In un’educazione continua dello sguardo e dei sensi, delle emozioni e dei saperi, la consapevolezza ecologica va assieme a quella cultura del verde (così in ritardo in Italia, in ragione della minorità presunta delle competenze tecnico scientifiche) che si nutre delle emozioni del quotidiano piacere di un sapere orticolo educato alla cura del giardino (privato, familiare, scolastico, istituzionale); che si costruisce in conoscenze pratiche, consuetudine, emulazione; e che sposa le suggestioni delle arti – meglio se nel contesto di una ricezione consapevole, in grado di filtrarne gli eccessi narcisistici e integrare le novità – e ha per discrimine proprio la dimensione estetica in compresenza e correlazione stretta con una specifica dimensione etica (valori ecologici, storici, estetici, simbolici, identitari in intima interconnessione), distintiva del giardino[8].

Perché, per l’intanto, dismessa ogni antropocentrica presunzione di dominio, terreno di elezione di questo interconnesso convergere di estetica e etica che tanto da vicino ci riguarda si manifesta più immediatamente proprio quel teatro di relazioni ecologiche in artefatto che mima un’idea definita di ordine delle cose che è il giardino. Con la capacità di innovazione che qui incorpora – assieme alla lezione planetaria di “ecologia umanista” del giardiniere-filoso Gilles Clément e ai richiami all’esercizio di virtù ambientali “proattive” – l’attenzione a una nuova naturalità[9]. Ricercata a partire dalla conoscenza profonda delle dinamiche associative delle protagoniste vegetali del giardino, valorizzate enfatizzando la loro capacità di strutturare relazioni e spazi. Tanto da farne, in un salto di scala di cui non sfugge la dimensione estetico formale e la bidirezionalità, prefigurazione di un giardinaggio del paesaggio[10].

Si potrebbe perciò dire, magari semplificando parecchio, che mentre il giardino resta traduzione-amplificazione di un’idea di mondo magari idealizzato, al paesaggio, che nel frattempo prospetticamente sperimenta scampoli di sé in forma di giardini, si continuerà ad affibbiare – e non è detto che sia soltanto un male e comunque meglio che non soltanto alla religione o all’ideologia – la missione impossibile di identificare e sintetizzare la fisionomia di quel mondo che altrimenti però non sappiamo gran ché immaginare. Tantomeno praticare.

Una cosmogonia paesaggio che anticipi, anziché seguire a posteriori, quel senso che nelle cose della vita ricerchiamo.
Per restare al gioco di parole, insomma, intanto, almeno un presagio in atto di paesaggio.

Andrea Di Salvo
curatore dal 2010 della rubrica Vìride.Critica del giardino sul supplemento culturale Alias della domenica del quotidiano Il Manifesto e della collana Habitus verde dell’editore DeriveApprodi

Andrea Di Salvo Il Paesaggio come sfida

Andrea Di Salvo Il Paesaggio come sfida


 


[1] Cfr. Franco Farinelli, da ultimo, Il ritorno del paesaggio. L’Unione Europea abolisce l’idea di territorio valida per secoli. Senza forse saper perché, ha fatto suo il modello della rete, su La lettura, de Il corriere della sera, domenica 20 dicembre 2015.

[2] Per tutti, Franco Zagari, Sul Paesaggio. Lettera aperta, Libria 2013.

[3] Su ciò si vedano le ricognizioni di Anna Lambertini, Urban beauty! Luoghi prossimi e pratiche di resistenza estetica, Editrice Compositori 2013 e Atlante dei paesaggi riciclati, a cura di Michela De Poli e Guido Incerti, Skira 2014 e l’ipotesi interpretativa di Marcello Di Paola, Giardini globali. Una filosofia dell’ambientalismo urbano, Luiss University Press 2013.

[4] Sulla dimensione produttiva delle relazioni tra luoghi e comunità si veda Giacomo Becattini, La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale. Con un Dialogo tra un economista e un urbanista di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi, Donzelli 2015.

[5] Cfr. Marcello Di Paola, cit.

[6] E dove praticare con accortezza il dispositivo del progetto (per tanti versi, nozione anch’essa, come già il paesaggio, a forte rischio di indeterminatezza, dove si raddoppia il pericolo di affidarle missioni salvifiche con funzione di supplenza metaforica). Progetto quindi, non diversamente dal procedere dell’interrogazione filosofica, come attitudine, metodologia di convogliare e bilanciare produttivamente le diverse istanze compresenti di partenza verso un esito auspicato (posto che sia scontato – e non lo è – “il” modo di rilevare tanto le diverse istanze e bisogni in gerarchia, che di configurare l’esito di “orizzonte” da condividere: entrambi ancora una volta presupposti e risposte a interrogativi politici fondativi).

[7] Ampio è il dibattito sul faticoso affermarsi anche in Italia di percorsi formativi settoriali e di figure dedicate (Fabio di Carlo, Notizie sullo stato dell’architettura del paesaggio in Italia, in www.paesaggiocritico.com, giugno 2013), come pure interessante per la trasmissione del “saper fare” il caso di Maestri di giardino (di http://maestridigiardino.com).

[8] Cfr. David E. Cooper, Una filosofia dei giardini, Castelvecchi 2012, dove, oltre l’apprezzamento dei modi specifici dell’arte o della natura (e della combinazione di questi due modi), l’autore individua un apprezzamento “distintivo” del giardino nonché delle “attività da giardino” che favoriscono e “inducono” un gran numero di virtù.

[9] Si veda da ultimo il suo testo rivisto, L’alternativa ambiente, Quodlibet 2015.

[10] Su ciò si veda Fabio di Carlo, Giardini. Paesaggio unico, in www.paesaggiocritico.com, ottobre 2013. Ribadiva il ruolo della fantasia nell’invenzione del giardino auspicando la “mano mediatrice degli artisti” un antesignano protagonista del diffondersi della cultura del verde in Italia, Ippolito Pizzetti.